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ZURIGO 2019

Anthony Jerjen • Regista di Inherit the Viper

"Il modo in cui la violenza viene filmata in Europa non è lo stesso degli Stati Uniti"

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- Il giovane regista svizzero Anthony Jerjen ci parla del suo primo lungometraggio Inherit the Viper, presentato in prima mondiale al Festival di Zurigo

Anthony Jerjen • Regista di Inherit the Viper

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, primo film di Anthony Jerjen, tratta del tema delicato ed estremamente attuale della diffusione degli antidolorifici oppioidi negli Stati Uniti. Jerjen ce ne parla in occasione della prima del film al Festival di Zurigo.

Cineuropa: Com'è nata l'idea del film?
Anthony Jerjen:
Mi sono sempre sentito vicino alla sensibilità del cinema classico americano, dei film girati tra gli anni '70 e gli anni 2000. Sono cresciuto con quello e mi è sembrato naturale raccontare storie seguendo questa estetica.

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Ho lavorato per diversi anni nell'analisi delle sceneggiature e questo mi ha permesso di leggere molte cose. Mi sono imbattuto in una sceneggiatura, quella di Inherit the Viper, attraverso il sito The Black List. All'epoca non ero assolutamente a conoscenza del problema degli oppiacei negli Stati Uniti e questa sceneggiatura mi ha aperto gli occhi. L'ho presentata alle persone con cui lavoravo all'epoca, produttori tra cui Michel Merkt, dicendo loro che si trattava di uno studio interessante sul problema e che l'approccio di un europeo su un argomento così delicato poteva essere interessante.

Ho iniziato le mie ricerche dalla letteratura per capire la storia dietro questa crisi. Durante la preparazione del film ho avuto l'opportunità di visitare gli ospedali, di vedere i medici che lavoravano con i pazienti dipendenti dagli oppioidi. Ho anche parlato con persone che avevano dovuto affrontare il problema. Ho preso la ricerca molto sul serio. Quando parliamo di un tema come questo, dobbiamo stare attenti a non cadere nel moralismo o in quello che potremmo chiamare "poverty porn", il sensazionalismo.

Nel suo film ritrae la violenza in modo diretto ed esplicito. Che approccio ha avuto?
Volevo a tutti i costi evitare di rendere la violenza sexy, di stilizzarla troppo. Nel mio film la violenza è presente in piccoli tocchi, si presenta come nei western, in modo molto veloce. In pochi secondi è tutto fatto e finito.

Beneficia di un cast di attori piuttosto impressionante per un primo film. Come ha fatto a convincerli?
Ci sono tre elementi che ci hanno permesso di avere questo cast. Il primo è legato al materiale stesso: la sceneggiatura era davvero buona, c'erano buoni dialoghi e ruoli interessanti per gli attori. Poi abbiamo avuto una direttrice casting incredibile. Era molto impegnata e voleva darci il meglio in termini di attori. È quasi riuscita a far leggere la sceneggiatura a tutti gli attori che sognavo di avvicinare. Il terzo elemento è legato agli attori stessi. Ho spiegato loro cosa avevo in mente per questo film, che era un po' diverso dagli altri film indipendenti che si realizzavano e che prendevano molto in prestito dal documentario con la macchina a spalla, dialoghi quasi improvvisati e momenti rubati. Ho spiegato loro perché volevo fare questo film e apparentemente sono riuscito a convincerli. Penso che una delle cose che ha funzionato meglio sia stato il mio modo di filmare la violenza all’ "europea". Molti cineasti americani tendono a concentrarsi sulle armi stesse piuttosto che sulla persona dietro l'arma. Il modo in cui la violenza viene filmata in Europa non è lo stesso degli Stati Uniti. Questa è la mia osservazione e volevo mostrarlo in quel modo.

A livello finanziario, ma anche artistico, è stato difficile girare?
Da un punto di vista finanziario penso che siamo stati molto fortunati, tutti i partner che hanno finanziato il film hanno creduto davvero in me e nel progetto in generale. Chiaramente, la difficoltà era che si trattava di un film molto piccolo con pochi soldi. Avevamo a disposizione 18 giorni di riprese. Come ogni film indipendente con risorse limitate, devi essere pronto ad affrontare problemi imprevisti, sfide che non hai considerato.

Dal punto di vista artistico, penso che tutti i cineasti abbiano dei dubbi, soprattutto durante le riprese dove c'è la guerra in trincea. A volte è difficile essere obiettivi, avere una visione d'insieme. È pura esecuzione durante le riprese, non c'è spazio per errori o sperimentazioni, cosa che invece vorrei fare nei miei prossimi film. Mi piacerebbe continuare a lavorare negli Stati Uniti, ho l'impressione che avrei più spazio in un ambiente dove si producono film un po' più "commerciali".

(Tradotto dal francese)

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