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ARRAS 2019

Monika Jordan-Mlodzianowska • Regista di The Iron Bridge

"Una metafora sulle relazioni personali"

di 

- La cineasta polacca Monika Jordan-Mlodzianowska ci parla del suo primo lungometraggio, The Iron Bridge, proiettato in competizione al 20mo Festival di Arras

Monika Jordan-Mlodzianowska  • Regista di The Iron Bridge
(© Léa Rener/Arras Film Festival)

Diplomata alla Scuola di cinema di Lodz, la polacca Monika Jordan-Mlodzianowska ha lavorato per dieci anni come direttrice casting prima di cimentarsi con la regia del suo primo lungometraggio, The Iron Bridge [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Monika Jordan-Mlodzianowska
scheda film
]
. Il film, che uscirà il 22 novembre nelle sale polacche, distribuito da TVP e che immerge un triangolo amoroso nel tumulto di un incidente in miniera, è stato proiettato in concorso al 20° Arras Film Festival dove abbiamo incontrato la regista.

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Cineuropa: Da dove viene l'idea iniziale di The Iron Bridge? Dal tradimento amoroso o dal mondo minerario?
Monika Jordan-Mlodzianowska: Innanzitutto, avevo idee molto personali sul tema del tradimento amoroso. In seguito, poiché sono nata in una città mineraria nella Polonia occidentale e cercavo un contesto in cui inserire il mio soggetto, ho pensato che forse il mondo delle miniere potesse essere una buona scelta. Così ne ho visitata una, subito dopo un grave incidente. In Polonia le miniere sono molto profonde, due minatori erano rimasti bloccati sottoterra: abbiamo provato a localizzarli e a liberare il percorso dalla frana, mentre scavavamo anche dalla superficie un nuovo percorso nella loro direzione. Soprattutto, ho visto quanto le persone fossero toccate dall'evento, ed è questo che ha dato avvio alla storia del film. Ho quindi continuato le mie ricerche documentandomi e visitando molte miniere, luoghi molto pericolosi. Ho incontrato molti minatori che mi hanno raccontato le loro esperienze. Anche i miei due protagonisti maschili hanno trascorso molto tempo sottoterra e hanno persino lavorato in abiti da minatore fino a quando il più popolare non è stato riconosciuto.

Come ha fatto a intrecciare i due soggetti?
Sapevo che l'intero finale del film sarebbe stato molto drammatico e non volevo raccontare la storia del mio triangolo amoroso concentrando tutto il film sul tradimento e la storia d’amore. Dovevo scegliere un punto di vista e ho deciso di esplorare le conseguenze, non le cause e il processo del tradimento. Ovviamente, bisognava fornire allo spettatore alcune informazioni in modo che potesse apprezzare i personaggi, ma tutta la sceneggiatura è stata concepita per il finale.

La caratteristica abbastanza classica del triangolo amoroso è esacerbata dalla situazione drammatica.
Non so se è così anche altrove, ma in Polonia i minatori e le aree minerarie sono molto tradizionalisti e lo sono anche i matrimoni. In questo film infrango sia le regole dei minori che quelle della famiglia tradizionale tipica.

Il film esplora il tema della profondità, dei sentimenti e della miniera. Quanto ha voluto giocare con questa metafora?
Il titolo del film, The Iron Bridge, si riferisce a un lungo tubo che porta l'aria sottoterra e viene utilizzato anche in caso di incidente per comunicare, come si vede nel film. È anche una metafora delle relazioni personali, la carica esplosiva delle emozioni contrapposta all'acciaio che oppone una resistenza molto forte, come se non si potesse esprimere ciò che si sente intimamente.

È un film che mette in risalto i suoi interpreti.
Ho avuto la fortuna che la sceneggiatura attirasse l'attenzione di attori eccellenti e molto conosciuti in Polonia. Volevo anche che il triangolo amoroso fosse perfettamente bilanciato, che la donna non scegliesse un uomo perché migliore dell'altro, che la sua scelta non fosse semplicistica e che il pubblico potesse apprezzare tutti e tre i personaggi. Non volevo stigmatizzare nessuno. Gli esseri umani provano molte emozioni ed è una situazione piuttosto classica essere intrappolati tra la lealtà verso una persona e le emozioni verso un'altra.

Quali erano le sue principali intenzioni visive?
Con il mio direttore della fotografia Piotr Kukla che ha lavorato molto nei Paesi Bassi, in particolare a Twin Sisters, nominato agli Oscar, non volevamo che la narrazione fosse inficiata da troppe stranezze visive, non oltre le piccole iniezioni di mistero. Il pubblico doveva essere in grado di concentrarsi sulle emozioni, quindi su una storia molto chiara, come le sue immagini.

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(Tradotto dal francese)

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