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GÖTEBORG 2020

Maria Bäck • Regista di Psychosis in Stockholm

"Ti abitui a navigare nel caos"

di 

- Cineuropa ha incontrato Maria Bäck, la regista del film d'apertura di Göteborg di quest'anno, Psychosis in Stockholm, così come il suo bambino, che si è unito a lei per l'intervista

Maria Bäck  • Regista di Psychosis in Stockholm

In Psychosis in Stockholm [+leggi anche:
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, film di apertura del 43° Göteborg Film Festival, [+leggi anche:
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Maria Bäck, laureata alla National Film School of Denmark, scava a fondo nel suo passato, ripercorrendo le sue esperienze da adolescente in viaggio con una madre che sta attraversando un esaurimento nervoso.

Cineuropa: Il film è incorniciato da alcune voci più adulte che hanno una conversazione, il che fa sembrare la storia qualcosa che queste voci si sono raccontate l'un l'altra.
Maria Bäck:
Le voci che sente in realtà sono la mia e quella di mia madre. Questo è il lato documentario del film. L'intero film è basato su un viaggio che ho fatto con mia madre quando avevo 14 anni. È un'opera di finzione, ma basata su una storia vera. Immagino che non sia qualcosa che è necessario sapere in anticipo, anche se forse saperlo garantirebbe un'esperienza diversa. Potrebbe esserci qualcosa in queste voci che lo tradisce.

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Per la maggior parte del film, le vediamo solo camminare per la città, e il modo in cui questa ragazza adolescente [interpretata da Josefine Stofkoper] reagisce alla crisi di sua madre è molto semplice. Voleva tenere a bada alcune emozioni?
Non volevo creare drammi dove non fosse necessario. Doveva sembrare naturale, come uno spaccato di vita quotidiana. Altrimenti, verrebbe a mancare il lato più intimo della storia. Volevo che le persone potessero vedere di cosa parla questo film, ovvero del loro rapporto. Una madre e sua figlia durante una vacanza che va male. Penso di aver detto a Josefine di non "recitare". Aveva bisogno di essere se stessa, come se si fosse trovata in una situazione simile. Ho lavorato a stretto contatto con loro, ma ovviamente lei non sta interpretando me e Josefin Neldén non sta interpretando mia madre. Ho usato la mia esperienza per ispirare le attrici e poi abbiamo costruito questi personaggi insieme. Ho incontrato molte persone in varie istituzioni e molti medici; era qualcosa che potevo usare. Così come i miei diari, che scrivo da quando avevo cinque anni.

Nei film in cui i bambini hanno a che fare con un genitore malato, vengono spesso mostrati più maturi della loro età. Qui, la figlia rimane infantile, mentre Psychosis in Stockholm si trasforma in "solitudine a Stoccolma".
Per me è un film sulla solitudine, su questa doppia vita che hai quando non puoi condividere le tue esperienze perché te ne vergogni o perché nessuno ti chiede di parlarne. Volevo davvero che gli altri capissero come ci si sente. Come ci si sente a tornare nella tua camera d'albergo tutta sola dopo che tua madre è stata portata via, una stanza che reca ancora tracce di lei? Magari si poteva raccontare l'intera storia in 15 minuti, perché in realtà non succede un granché, ma è proprio in questi dettagli che forse è possibile provare quello che sente lei. Come lei stessa dice nel film, i problemi di sua madre sono iniziati quando aveva solo cinque anni. Quando vivi questa situazione per tutta la vita, ti abitui a navigare nel caos. Riceve ancora così tanto amore da sua madre. A volte è mascherato da odio, ma non ha nulla a che fare con questa malattia: questa donna ha paura di perdere sua figlia. È come quando le persone hanno paura che il loro partner rompa con loro, quindi preferiscono farlo prima. L'amore può assumere tante forme diverse.

Le due sembrano essere molto legate, tanto che le prime scene sembrano Una mamma per amica su un treno. Per lei è stata una priorità non demonizzare la madre?
Hanno un rapporto molto stretto; sono amiche e i loro ruoli a volte sono invertiti. Cercare di far capire alle persone la loro parentela è stato davvero difficile. Come puoi rappresentare quell'amore tra una madre e sua figlia? È il mio primo film di finzione, quindi mi sono rifugiata dove mi sento più a mio agio: nello studio di danza. Abbiamo iniziato lì, ballando. Volevo mostrare questa donna in un modo che la facesse sembrare spaventosa. È una persona simpatica, ma il cervello umano può essere un mistero. In un certo senso, potrebbe essere vista come un genio, una libera pensatrice e una creativa. Quello che ho visto non ha niente a che fare con gli stereotipi ripetuti nei film, con tutte queste persone sedute in un angolo, che si pettinano. Non si arriva a perdere tutto di se stessi; semplicemente non sai più di cosa fidarti, ed è per questo che è così difficile da capire.

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(Tradotto dall'inglese da Enrico Rossetti)

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