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DOCPOINT 2020

John Webster • Regista di Eye to Eye

"L'impossibile può accadere"

di 

- Abbiamo parlato con John Webster, il regista di Eye to Eye, presentato in anteprima mondiale all'edizione di quest'anno del festival finlandese DocPoint

John Webster  • Regista di Eye to Eye

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scheda film
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, John Webster esplora un'alternativa all'approccio “occhio per occhio” descritto nella Bibbia. La pellicola ci mostra infatti gli incontri tra i familiari delle vittime e gli assassini dei loro cari, organizzati tramite un programma di giustizia riparativa, che punta a riconciliare vittime e carnefici. Abbiamo parlato del film col regista, dopo l'anteprima mondiale al DocPoint.

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Cineuropa: Molte persone pensano ai paesi scandinavi come a una sorta di paradiso di tranquillità. Perché ha scelto di mostrarne il lato più oscuro?
John Webster: Tempo fa venni convolto in una produzione di teatro documentario e fu così che scoprii il programma di giustizia riparativa. I problemi che affronta sono fondamentali, soprattutto in paesi come la Finlandia, dove le persone hanno difficoltà a parlare dei propri sentimenti. La funzione primaria del programma è aiutare le persone ad affrontare il dolore causato da una perdita traumatica, una situazione in cui mi sono trovato io stesso. Non è un programma adatto a tutti, ma può essere molto efficace. I familiari delle vittime di un crimine violento entrano in uno stato mentale che non gli permette di piangere la scomparsa del defunto. Solitamente, quando perdiamo un nostro caro, iniziamo a osservare il lutto dopo il funerale. Quando si parla di morti violente, i familiari devono aspettare la conclusione delle indagini e dei processi. Possono passare anni prima di raggiungere un verdetto; anni senza pace, in cui il ricordo di ciò che è successo continua a riemergere costantemente. Molte persone decidono di posticipare il lutto o imparano a vivere senza averci fatto i conti. È in questo caso che iniziano i problemi, che portano a depressione, incapacità di lavorare e pensieri suicidi. Piangere un lutto non è il problema, non essere in grado di farlo lo è.

Il pensiero di guardare in faccia la persona che ha ucciso qualcuno che ami è piuttosto terrificante, per non parlare del fatto di dover parlare dell'omicidio in maniera approfondita.
Tutte le volte che ne parlo con qualcuno, ottengo sempre la stessa reazione. È sicuramente terrificante! Ma se ci sono domande a cui si vuole dare una risposta, incontrare l'assassino può essere d'aiuto. Per esempio, una delle persone incluse nel documentario ha passato 13 anni portandosi dietro un odio che, sin dall'omicidio della figlia, le impediva di vivere. I facilitatori del dialogo riparativo partono sempre dal familiare, è per il loro bene. Indagano su cosa devono scoprire e solo dopo hanno un colloquio con l'assassino. Il primo criterio è il rimorso. Poi cercando di capire se lui (o lei) è in grado di rispondere a queste domande, che solitamente iniziano con “perché?”. Esiste un detto in Finlandia: “la conoscenza è dolore”. In questo caso, però, conoscere la verità aiuta.

È mai capitato che fosse l'assassino a chiedere di entrare in contatto coi familiari della vittima? Essendo un momento molto intimo, ha mai avuto problemi a convincere le persone a partecipare al film?
Negli ultimi anni è capitato e sempre più famiglie decidono di percorrere questa strada. Convincere le persone è stato sicuramente una delle mie preoccupazioni, non volevo che riprendere l'incontro ne influenzasse l'esito in qualche modo. Queste persone avevano aspettato per anni questo momento, perciò volevo che vivessero l'esprienza appieno, senza distrazioni. Abbiamo nascosto le telecamere dietro un muro finto, anche se le persone erano al corrente della loro presenza. È stato un po' come riprendere un documentario sulla natura. Abbiamo affrontato il processo in diversi passaggi: per prima cosa abbiamo ricevuto da entrambe le parti l'approvazione per filmare, senza ricevere garanzie sulla possibilità di utilizzare il girato. L'approvazione definitiva veniva data durante il montaggio finale. Non ho mai voluto mostrare foto della scena del delitto o avere terze parti coinvolte. Volevo che i diretti interessati avessero questo senso di controllo.

Alla fine, è diventato davvero parte del processo terapeutico? Considerato quanto a nudo si mettono queste persone.
Credo che nessuno possa distaccarsi completamente dal processo. L'altro giorno ho incontrato Audrius Stonys (regista lituano) e mi ha detto che i registi di documentari percepiscono le emozioni e piangono insieme ai protagonisti con un occhio, mentre con l'altro vedono ciò che lo spettatore vedrà. Certo, ero presente ed è stato una parte fondamentale del processo, soprattutto per un argomento del genere, ovvero affrontare questioni relative a una perdita traumatica. Nel film, una persona parla della paura costante che qualcosa possa capitare ai suoi figli, perché sa già che “l'impossibile è possibile” e che una telefonata ti può cambiare la vita.

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(Tradotto dall'inglese da Enrico Brazzi)

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