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BERLINALE 2020 Generation

Jon Holmberg • Regista di Sune - Best Man

"La mia ambizione era solo di fare un buon film"

di 

- BERLINALE 2020: Cineuropa ha parlato con Jon Holmberg, il regista del franchise Sune, poco prima che partisse per Berlino per la seconda volta

Jon Holmberg  • Regista di Sune - Best Man
(© Fianna Robijn)

Il film Sune – Best Man [+leggi anche:
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, presentato in anteprima nella sezione Generation Kplus dell’edizione di quest’anno della Berlinale, segna il ritorno al festival del regista svedese Jon Holmberg, che vi aveva preso parte per la prima volta con la pellicola Sune vs Sune [+leggi anche:
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. Questa volta il protagonista, che dà anche nome all’opera, deve prendere una decisione: andare in gita scolastica con una ragazza di cui è invaghito o andare al matrimonio di suo nonno. Preferibilmente, ignorando le apparenze improvvise del suo se stesso del futuro, che si fa vedere nei momenti peggiori possibili.

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Cineuropa: Nulla di ciò che aveva fatto nella sua carriera prima delle riprese di Sune sembrava suggerire un suo possibile interesse in un film per bambini. Come è nato questo progetto?
Jon Holmberg:
I miei figli hanno la stessa età di Sune, quindi avevo la scusa perfetta per esplorare davvero questo mondo come si deve. Mi è venuto tutto piuttosto naturale – anche perché sono cresciuto proprio leggendo quei libri che hanno ispirato questi personaggi. Il primo era stato pubblicato nel 1983, almeno credo, e per lo più riguardava la storia di un ragazzo che cercava una fidanzatina, qualcuno a cui dare il primo bacio. Sono stati scritti almeno 20 o 30 libri su Sune, quindi la storia si è sviluppata un bel po’ da allora. Detto questo, ho comunque optato per un approccio diverso. Ho cercato di non perdere di vista la sua famiglia, mostrandone le dinamiche. La prima pellicola, Sune vs Sune, era incentrato su questo bambino e sulla gelosia, sostanzialmente, e ho cercato di raccontarlo con la stessa metodologia che avrei usato se fosse stata una persona di qualsiasi età.

Oggi si parla tanto di forme di intrattenimento per bambini che sono ormai dirette anche agli adulti. In Best Man ha certamente dato spazio a personaggi più grandi e alle loro difficoltà.
Volevo produrre un’opera che potesse essere appetibile per tutti, soprattutto per me stesso. Ecco ciò a cui penso quando scrivo. Non ero alla ricerca di un tema da “adulti” in particolare, ma ho tentato di raccontare una storia che potesse avere un impatto. Tutto sta nel prendere decisioni, nel quanto sia difficile farlo e quali potrebbero essere le potenziali conseguenze. Da bambini si va al cinema con mamma e papà e, quando guardo un film, voglio sentirmi coinvolto. Tuttavia, non volevo certamente parlare a loro nascondendomi dietro i loro bambini, per così dire.

La rocambolesca fuga di Sune, che arriva quando decide di unirsi alla sua classe per la gita, gioca la parte da leone nel film. Aveva in mente sin dall’inizio di girare un road movie?
Guardando Sune vs Sune per la prima volta con i miei figli, mi sono reso conto di come molti eventi in realtà si svolgano solo nella sua mente. Gran parte delle scene si svolge nella sua scuola, a casa o nella sua immaginazione, ovviamente. Per il resto, la pellicola era molto compatta. Volevo che questa volta si ponesse l’accento di più sull’azione e sull’avventura. Quando ho iniziato a scrivere la sceneggiatura sapevo che almeno una parte avrebbe dovuto essere incentrata su un inseguimento, sul cercare qualcuno.

È interessante notare che questo è già il secondo film della serie Sune presentato a Berlino, soprattutto considerando che si tratta di una pellicola d’intrattenimento per bambini, un genere indubbiamente popolare, ma anche preso poco sul serio. Secondo lei perché esiste un pregiudizio del genere?
Sono rimasto sorpreso quando quei film sono stati presi seriamente, sia dalla critica che dal pubblico. Desideravo solo girare un bel film [ride], tentando di prendere questi sentimenti e il contenuto il più seriamente possibile. Voglio dire, ovviamente è una commedia. Tuttavia, volevo che sembrasse reale. Non puntavo a nessun festival o a compiacere qualche critico, ma volevo che in qualche modo non sembrasse tutta una finzione. Apparentemente i miei sforzi sono stati ricompensati.

Credo sia vergognoso che le storie per bambini non ricevano lo stesso trattamento in letteratura e nel mondo del cinema. Ovviamente parliamo di un mondo in cui tutto è più intensificato, rendendo più difficile per alcuni identificarvisi. Ci sono tanti film in cui viene profuso tanto impegno per divertire i bambini, partendo dal presupposto che più colori ci sono e meglio è. Tuttavia, non credo che ciò rispecchi necessariamente la realtà. Mi aspetto che i miei giovani attori arrivino preparati e che abbiano imparato le battute, proprio come gli adulti. Sono tutti individui e non si può semplicemente dire: “Oh, sei un bambino, quindi ti tratterò così”. Bisogna farli sentire sicuri e mostrare loro che non c’è nulla di male nel prendersi in giro, nel divertirsi e nell’esplorare.

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(Tradotto dall'inglese da Emanuele Tranchetti)

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