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NORVEGIA

André Øvredal • Regista di Mortal

"In Mortal, all'aspetto leggendario si innestano elementi spettacolari"

di 

- Incontro con il regista norvegese André Øvredal il cui recente lungometraggio, Mortal, è proiettato in questi giorni nelle sale norvegesi

André Øvredal • Regista di Mortal

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è il titolo dell'ultimo lungometraggio di André Øvredal, regista norvegese noto soprattutto per i suoi film Troll Hunter [+leggi anche:
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(2010) e The Autopsy of Jane Doe [+leggi anche:
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(2016). Lui, come altri registi norvegesi come Morten Tyldum e Roar Uthaug, ha tentato la fortuna a Hollywood, e con successo. Un esempio è la collaborazione con Guillermo del Toro per il film Scary Stories to Tell in the Dark. Mortal è stato prodotto da John Einar Hagen per Nordisk Film, che lo distribuirà anche nelle sale norvegesi il 28 febbraio.

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Cineuropa: Mortal... perché questo titolo?
André Øvredal:
Questa parola è ricca di significato e di ambiguità: può essere mortale un incidente, mortale una malattia, mortale anche colui che, a differenza di un dio, è destinato a morire, come ogni essere umano.

È un film dell'orrore, come il suo The Autopsy of Jane Doe?
No, questo è un film ibrido che mescola generi diversi ed evidenzia sentimenti potenti, estremi. È un dramma che è allo stesso tempo fantastico e intimo. Come molti norvegesi, sono sempre stato affascinato da fiabe e leggende, e la mitologia nordica fa parte del nostro patrimonio culturale, un vero tesoro da cui amo attingere. Il mio progetto non era quello di esplorare un universo mitologico complesso, ho mantenuto solo gli elementi necessari per strutturare bene la storia, senza entrare nei dettagli. Aggiungo che all'aspetto leggendario si innestano nel mio film elementi spettacolari che hanno richiesto l'utilizzo di importanti effetti speciali. Perché è anche un film d'azione, tipo thriller, farcito di scene esplosive, un road movie che tende verso un traguardo, un film dark abbastanza vicino a Unbreakable di M. Night Shyamalan. E, cosa non trascurabile, c'è spazio per una storia d'amore in Mortal.

La sceneggiatura originale è sua.
Esatto, arricchita da Norman Lesperance di cui apprezzo la creatività e l'energia positiva. Ho iniziato a pensare alla trama nel 2012. Mortal ha una struttura lineare e segue l'ordine cronologico. Assistiamo all'irruzione di eventi insoliti in un villaggio nella regione dei fiordi, regione da cui provengo. Eric (Nat Wolff), un insolito sospetto, viene arrestato. È un norvegese d’America che è tornato alle sue radici, proprio come la mia famiglia americana di tanto in tanto viene a ricaricarsi nel paese natale, o quasi natale. C'è un'indagine in Mortal, ma anche una ricerca di identità.

Eric incontrerà Christine. Si assomigliano?
Sì, nella misura in cui capiscono e interpretano le loro esperienze allo stesso modo. La loro vita è a un punto morto. Ma Eric è passivo, mentre Christine (Iben Akerlie) è un personaggio forte. È lei che guida la storia. Questo contrasto crea un equilibrio che, a mio avviso, funziona bene.

Ritorno alle origini per Eric, con i flashback?
No, il flashback è un processo che secondo me rompe il ritmo di un film e funziona solo in rari casi, Quarto potere per esempio. Troppo spesso è un'operazione di salvataggio per un regista che non sa bene dove sta andando. Ma funziona quando è intimamente integrato nella struttura generale, come in Pulp Fiction dove Tarantino usa brillantemente la non cronologia.

Realizzare film horror, gialli... è una sorta di terapia per lei?
No, non credo proprio. Mi piace solo scrivere e dirigere storie, ma questo tipo di film è particolarmente impegnativo. È difficile creare suspense, fare qualcosa di nuovo, mantenere la distanza. Il mio maestro in questo campo è Hitchcock. Rinnovarsi... una sfida stimolante che cerco di raccogliere ogni volta con gioia. Mortal può prestarsi a diverse interpretazioni. Questo è il mio film più personale, ma non voglio imporre il mio punto di vista.

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(Tradotto dal francese)

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