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BERLINALE 2020 Encounters

Mariusz Wilczyński • Regista di Kill It and Leave This Town

"Vedo che i temi universali del mio film emergono chiaramente"

di 

- BERLINALE 2020: Cineuropa ha incontrato il regista polacco Mariusz Wilczyński per parlare del suo film d'animazione Kill It and Leave this Town, che ha partecipato alla neonata sezione Encounters

Mariusz Wilczyński  • Regista di Kill It and Leave This Town
(© Janusz Marynowski)

Cineuropa ha incontrato il regista di film d’animazione autodidatta Mariusz Wilczyński per discutere del processo creativo dietro il suo primo lungometraggio, Kill It and Leave This Town [+leggi anche:
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intervista: Mariusz Wilczyński
scheda film
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, presentato al pubblico nell’ambito della sezione Encounters, di recente istituzione, della 70ma edizione della Berlinale. Gli abbiamo inoltre chiesto come l’abbiano ispirato i lavori di alcuni artisti leggendari.

Cineuropa: All’inizio era previsto che Kill It and Leave This Town fosse un cortometraggio. Sono passati 14 anni da allora e ora il film è diventato un lungometraggio d’animazione. Cosa si prova a lavorare per così tanto tempo a un determinato progetto? Lei deve essere maturato in qualche modo sia professionalmente che umanamente.
Mariusz Wilczyński: Il film è cresciuto insieme a me, ma credo che sia sempre stato, fin dall’inizio, una storia universale. Nel corso di questi 14 anni ho eliminato solo una scena, ma solo perché era diventata obsoleta. Io sono autodidatta, quindi ho modalità lavorative tutte personali, che non ricordano neanche lontanamente i tipici processi seguiti durante la produzione di un film di una grande studio d’animazione. Lì si scrive prima una sceneggiatura, dopodiché si crea la bozza, si registra un voice-over, si crea il film in sé e solo alla fine si chiamano gli attori e si doppia il prodotto.

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Per i primi quattro anni ho lavorato solo alla pellicola. Vivo in una foresta fuori Varsavia, un posto molto pacifico; avevo creato centinaia di disegni e li avevo ammassati tutti in un film di soli 20 minuti. In seguito si sono uniti a me il montatore Jarek Barzan e il tecnico audio Franek Kozłowski, con cui ho iniziato a registrare le voci degli artisti che vedrete sul grande schermo. La prima ad averlo fatto è stata l’attrice Irena Kwiatkowska, in grado di offrire una prestazione magistrale, nonostante fosse già sul viale del tramonto. Nei dieci anni successivi io e Franek abbiamo registrato molte altre voci. Poco dopo è venuto in mio aiuto anche un gruppo di animatori, che mi ha dato una mano con i disegni.

A prestare le loro voci ai suoi personaggi sono stati alcuni artisti polacchi leggendari come il regista Andrzej Wajda, gli attori Gustaw Holoubek, Irena Kwiatkowska, Barbara Krafftówna, Krystyna Janda e Daniel Olbrychski, e i musicisti Tadeusz Nalepa e Tomasz Stańko. Alcuni di loro non hanno potuto vedere il progetto finalmente concluso.
Mi interessava soprattutto riuscire a rendere eterne in un film le voci di artisti che appartengono a un’era in cui l’arte non era in vendita. Tutti loro mi hanno formato e hanno dato forma alla mia immaginazione. Questa generazione stava lentamente scomparendo e io non volevo che cadesse nel dimenticatoio. Mentre ascoltavo le loro voci registrate mi sono reso conto di un qualcosa che mi era sempre sfuggito prima: hanno dato così tanto valore, così tanta vita ai loro personaggi da costringermi a ripensare e riorganizzare il film. Ovviamente tutti loro avevano solo seguito quanto scritto sul copione e poi avevo già tanti disegni a disposizione, ma ciononostante sono stati comunque capaci di influenzare il mio processo produttivo. Credo che questa pellicola possa essere vista come una sorta di magica capsula del tempo, che ha preservato le ultime fatiche di Nalepa, Wadja e Holoubek fino alla première della Berlinale. In un certo senso mi sembra quasi che questi lunghi 14 anni di lavorazione siano stati i più significativi della mia vita.

Nel suo film ha dedicato molto spazio ai temi del tempo e del significato della vita.
In un modo tutto personale desideravo portare a termine una conversazione con i miei genitori che era rimasta interrotta. Entrambi non ci sono più ora e non ho avuto il tempo per parlargli o prendermi meglio cura di loro quando ne avevo ancora la possibilità. La vita quotidiana assorbiva tutte le mie energie, perché c’era sempre qualcosa da fare o qualcuno da incontrare. Qualche volta magari dici ai tuoi “ci vediamo domani”, ma quel domani a volte non arriva mai. Mi sono reso conto che questo tema in particolare ha commosso in molti tra il pubblico. Una signora tedesca si è avvicinata dopo la proiezione e mi ha raccontato che aveva una madre molto anziana e che il giorno dopo sarebbe andata a visitarla. Mi ha specificato che, se non fosse stato per il mio film, non lo avrebbe fatto. Sono felice di vedere che anche degli stranieri siano presi dalla commozione dal mio lavoro; non ero certo che avrebbe funzionato anche per loro, perché ci sono tante variabili locali da prendere in considerazione. Tuttavia, vedo che questi temi universali riescono comunque a emergere chiaramente.

Sente di aver lasciato il “paesello”?
Sì, ed è questa la ragione per cui ho realizzato questo film d’animazione. So che potrà suonare egocentrico, ma sentivo il bisogno di raggiungere una conclusione, di dover portare a termine una conversazione mai conclusa. Non mi aspettavo però questa reazione positiva da parte del pubblico della Berlinale. Abbiamo già un responsabile per la distribuzione internazionale e so che viaggerò molto con il film. Tuttavia, una piccola parte di me vorrebbe andare in vacanza e buttarsi in un nuovo progetto. Sto pensando di fare un adattamento del libro di Mikhail Bulgakov Il maestro e Margherita.

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(Tradotto dall'inglese da Emanuele Tranchetti)

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