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TRIBECA 2020

Dea Gjinovci • Regista di Wake Up On Mars

"Non volevo fare un film medico, investigativo, ma soprattutto un ritratto di famiglia"

di 

- La documentarista svizzero-albanese Dea Gjinovci parla del suo primo film documentario, Wake Up On Mars, in concorso al Tribeca

Dea Gjinovci • Regista di Wake Up On Mars

Presentato in prima mondiale in concorso al 19° Festival di Tribeca, attualmente in corso online per giurie e professionisti, la coproduzione svizzero-francese Wake Up On Mars [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Dea Gjinovci
scheda film
]
è il primo lungometraggio della documentarista Dea Gjinovci.

Cineuropa: Come ha scoperto la "sindrome da rassegnazione" che esplora in Wake Up On Mars?
Dea Gjinovci:
Ho letto un articolo sul New Yorker su questi bambini che cadevano in coma in Svezia dopo aver ricevuto un avviso di espulsione, un rifiuto alla loro domanda di asilo. Questa reazione era così estrema in termini psicologici che l'ho trovata un argomento interessante e commovente. La giornalista aveva intervistato la famiglia Demiri e c'era una foto di Ibadeta e Djeneta in coma. Poiché mio padre è del Kosovo e io sono di origine albanese, mi sono subito sentita connessa con questa famiglia: conoscevo la loro cultura, la loro eredità, il trauma della guerra. Ho contattato il medico intervistato nell'articolo. Mi ha detto che c'erano già state molte proposte da diversi media, incluso il National Geographic, e non vedeva molto interesse nel fare un film perché ero una giovane regista indipendente. Le ho comunque inviato il mio primo cortometraggio, Sans le Kosovo. Questo film l'ha toccata molto e pochi giorni dopo mi ha richiamato per incontrare la famiglia Demiri. Dopo due ore di conversazione con loro, c'era così tanta intimità e fiducia! Penso che avessero bisogno di comunicare con qualcuno che parlasse la loro stessa lingua, che sapesse qualcosa del trauma che avevano vissuto in Kosovo. Ho trascorso dieci giorni con loro per i primi sopralluoghi a luglio 2017, poi ci sono tornata diverse volte durante un anno e mezzo per girare il film.

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Come è nato l'aspetto di Marte nel progetto?
All’inizio, non avevo l'idea che il film fosse legato allo spazio, a Marte. Ma ho pensato che ci fossero così tanti elementi inspiegabili dal punto di vista medico su questa sindrome psicologica da rassegnazione, che era solo attraverso un'espressione artistica o metaforica di queste emozioni che si poteva forse avere una comprensione più forte di ciò che realmente accade dentro queste ragazze quando sono in coma. È stato incontrando il loro fratellino Furkan che ho sviluppato questa idea di Marte perché è stato lui a parlarmene: voleva diventare un astronauta. Per lui, era un modo per cercare di scappare e dimenticare la situazione, e anche per sbarazzarsi del suo forte senso di colpa. A poco a poco, l'idea di un razzo si è evoluta fino a quando non si è materializzata. Era importante che Furkan fosse un vettore di speranza e anche dargli l'opportunità di essere nell’azione. Perché come rifugiato, si ha spesso lo status di vittima, si sta in attesa, dipendenti da un’autorità, da un sistema amministrativo spesso incomprensibile. Questo ragazzino rappresentava qualcos'altro e attraverso la costruzione del razzo, è lui che evolve e fa qualcosa con i suoi mezzi per cambiare le circostanze.

Rimane piuttosto vaga riguardo agli eventi traumatici vissuti dai Demiri in Kosovo.
Volevo rappresentarli come ricordi e spesso i ricordi traumatici ritornano quasi come sogni. A volte sono solo i momenti chiave che vengono a galla. In questo modo, ho cercato di arrivare all’essenza di ciò che la famiglia mi aveva detto. Inoltre, se avessi voluto approfondire, sarebbe stato necessario trattare questioni politiche su ciò che accade in Kosovo, e sarebbe stato un film completamente diverso. Ma è anche una scelta, così come il modo in cui mi sono avvicinata alla sindrome da rassegnazione con pochissimi esperti e solo voci alla radio che danno un contesto. Volevo rimanere nell'evocazione, con le informazioni sufficienti per poter seguire la famiglia ma senza essere troppo esplicativa. Per quanto riguarda la sindrome, ad esempio, ci sono molte ipotesi, ma non ancora ricerche approfondite. E non volevo fare un film medico, investigativo, ma soprattutto un ritratto di famiglia. Tornando ai ricordi del Kosovo, volevo anche creare una narrazione universale, con elementi collegati a sistemi di oppressione, violenza, discriminazione, che possono essere trovati in tutto il mondo.

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(Tradotto dal francese)

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