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MÁLAGA 2020

Pilar Palomero • Regista di Las niñas

"Sul set, con le mie attrici, mi sono sentita di nuovo bambina"

di 

- Pilar Palomero ha presentato in prima mondiale all'ultima Berlinale il suo primo lungometraggio, Las niñas, ed è una delle favorite per la vittoria al 23° Festival di Malaga

Pilar Palomero  • Regista di Las niñas

L'aragonese Pilar Palomero non nasconde il suo entusiasmo per gli elogi che sta ricevendo il suo primo lungometraggio, Las niñas [+leggi anche:
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, che prima di competere al 23° Festival di Malaga ha esordito alla Berlinale, proiettato nella sezione Generation Kplus. Abbiamo conversato con lei nella soleggiata città mediterranea.

Cineuropa: Come sta vivendo questo percorso, da Berlino a Malaga?
Pilar Palomero:
Accettando le cose come sono venute. È stato uno shock vedere questo festival rinviato e altre manifestazioni dove il film doveva essere mostrato cancellate o realizzate online, il che significava che era impossibile per noi esserci: abbiamo dovuto accettare la realtà che era toccata al film. Non era il percorso che volevamo per esso, ma la realtà è stata questa. Ora ho il desiderio accumulato di mostrare e condividere finalmente il film. Ma ho approfittato del tempo senza poter viaggiare a causa della pandemia per scrivere la sceneggiatura del mio prossimo progetto.

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Le piace che il suo film sia paragonato a Estate 1993 [+leggi anche:
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Ho pensato sin dall'inizio che sarebbe successo, perché condividevamo una società di produzione e alcune somiglianze... ma era chiaro che sarebbero stati diversi nel tono e nella storia. Sono lieta del confronto, poiché ammiro il lavoro di Carla Simón, che ha collaborato nel processo di creazione di Las niñas. Il suo caso è quasi unico, il suo successo capita raramente, e in questo senso non volevo mettere a confronto i due film.

È stato difficile trovare le bambine protagoniste, tutte magnifiche?
È stato un processo lungo, di sei mesi, abbiamo visto quasi mille ragazze, a Saragozza e Barcellona. La direttrice del casting ed io abbiamo lavorato intensamente, ma è stato un esperienza arricchente: stavamo cercando ragazze con profili simili a quelli ritratti e che avessero una tale autenticità da essere loro stesse sul set. È stato meraviglioso trovare Andrea Fandos, la protagonista, che è portentosa e dotata di un dono speciale per l'interpretazione, l’empatia, e trasmette molto con un semplice sguardo. Tutte le attrici mi hanno contagiato con il loro entusiasmo e sul set mi sono sentita di nuovo bambina.

Anche lei ha studiato dalle suore, come le ragazze nel film?
Il germe del film viene da un quaderno di religione che ho ritrovato, di quando ero al sesto anno delle scuole primarie: è la dicitura che compare nel film. Leggendolo, mi sono chiesta: nel '92 ci insegnavano questo? Perché avevo l'idea che fossimo più moderni e aperti, ma parlando con la mia famiglia, gli amici e i compagni di scuola, mi sono costruita quell'idea dell'educazione che avevamo ricevuto come generazione e i ricordi hanno cominciato ad emergere. Mi sono accorta che ricevevamo stimoli così contraddittori da essere quasi schizofrenici, perché in classe non si parlava di sesso e poi alla fermata dell'autobus trovavi la pubblicità della campagna sull'uso del preservativo per evitare la diffusione dell'AIDS. Volevo davvero spiegare com'era stata questa esperienza, com'erano quei ricordi e come ci hanno plasmati come generazione: credo che sia lo stesso anche per chi non ha frequentato una scuola gestita da suore o preti, per chi è andato in una scuola laica. Mi è sembrato che fosse una riflessione che valesse la pena fare: come quell'educazione è stata ereditata da quella ricevuta dai nostri genitori.

Un'educazione in cui si perpetuava il machismo o la repressione sessuale...
Una delle cose più rivelatrici di tutto questo processo, che non è solo il risultato della scrittura della sceneggiatura ma anche il momento in cui abbiamo vissuto, è che ho scoperto che anche io stessa avevo messaggi sessisti così interiorizzati che non me ne rendevo conto: ho letto i miei racconti di quando avevo 14 anni ed era era una persona con messaggi retrogradi interiorizzati che scriveva. Vedere quel maschilismo in me stessa mi ha aiutato a correggermi.

Il film parla non solo di una transizione personale, ma anche sociale.
Ho cercato di riflettere sul fatto che eravamo tra due terre: c’era il peso dell'educazione ricevuta dai nostri genitori, come società, e allo stesso tempo il Paese era in un momento di euforia, con le Olimpiadi di Barcellona e l'Esposizione Universale di Siviglia, alla ricerca di una modernità che ancora non avevamo e non era ancora arrivata.

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(Tradotto dallo spagnolo)

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