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VENEZIA 2020 Orizzonti

Pietro Castellitto • Regista de I predatori

“E’ un film che va contro ogni manuale di sceneggiatura"

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- VENEZIA 2020: Parliamo con Pietro Castellitto della sua opera prima I predatori, premio per la Migliore Sceneggiatura nella sezione Orizzonti

Pietro Castellitto • Regista de I predatori
Pietro Castellitto con il suo premio per la Migliore Sceneggiatura nella sezione Orizzonti (© La Biennale di Venezia/ASAC/Andrea Avezzù)

Pietro Castellitto ha debuttato come attore nel 2004, quando è stato diretto da suo padre Sergio in Non ti muovere. I predatori [+leggi anche:
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è il film che segna il debutto di Pietro alla regia, e che alla 77ma Mostra di Venezia appena conclusasi gli è valso il Premio Orizzonti per la miglior sceneggiatura.  Nel film i Pavone e i Vismara sono due famiglie romane di estrazione sociale e culturale totalmente differente: l'una ricca e borghese, l'altra proletaria e fascista. Un piccolo incidente porterà le due famiglie a scontrarsi, lasciando emergere alcuni piccoli segreti.

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Cineuropa: Partiamo da una tua dichiarazione a Venezia dopo la proiezione: “E’ un film anti borghese e non anti fascista”. Ci spieghi meglio?
Pietro Castellitto: Il film parte dalla prospettiva del giovane protagonista, Federico, che è un borghese, ed entra in contatto con una famiglia antitetica alla sua. Il punto di partenza è la frustrazione di Federico, che era simile a quella che provavo io. E non è che io mi sentissi alienato o disperso per colpa dei neofascisti, capisci? Un film contro il fascismo avrebbe avuto senso negli anni 20, oggi tenderebbe ad un certo razzismo intellettuale, ad escludere l’altro, a chi la pensa diversamente da te, nel tentativo di delegittimarlo completamente. I fascisti del mio film sono come animali che hanno i pigmenti della pelle colorati - infatti hanno camicie eccentriche e tatuaggi - come quelle creature che vogliono far credere di essere velenosi ma non lo sono.

Nella scena della famiglia a cena al ristorante, Federico dice ai genitori: “voi eravate i primi giovani stronzi della Storia”. Uno scontro generazionale in ambiente borghese.
Quelli che erano giovani negli anni 70-80 sono stati i primi che si sono imposti in quanto giovani. I primi ‘giovani’ della nostra Storia recente. C’erano anche negli anni 20, ad esempio Francis Scott Fitzgerald ha scritto un libro a 23 anni, ma erano già uomini, avevano una mano sul mondo che era più senile. E’ il “potere giovanile” degli anni più recenti quello contro cui si scaglia Federico. E’ un attacco istintivo, di rabbia, non molto ragionato.

Un attore del tuo film, Massimo Popolizio, ha parlato di tre stili mischiati: Buster Keaton, una piece francese familiare, e una commedia italiana come Brutti sporchi e cattivi, capolavoro di Ettore Scola. A quale cinema ti sei ispirato veramente?
L’unico film familiare che potevo avere in testa era American Beauty, da un punto di vista della tensione. Naturalmente quello di Sam Mendes è un film più drammatico, oltre ad essere un capolavoro. Ed è a quelli che bisogna ispirarsi, non ai film mediocri. Brutti sporchi e cattivi è un film che amo, mi ha inspirato forse inconsciamente. Scola è stato forse uno dei più grandi “battutisti” del cinema italiano. Le battute erano sempre credibili nella bocca dei suoi personaggi. Ma non pensavo a nessun film in particolare mentre giravo.

E’ stato più difficile scrivere, girare o trovare un produttore che non ti aiutasse solo perché sei figlio di un uomo di cinema molto famoso?
Ho scritto questo film a venti anni. Avevo smesso di fare l’attore, mi ero autoconvinto che non era il mio lavoro. E’ un mestiere bellissimo se puoi interpretare dei bei personaggi. Mi rendevo anche conto di andare incontro ai pregiudizi, ad una ferocia gratuita. Allora era più facile scrivere, avevo la mente più sgombra di adesso, e non avevo scelta. O quello o nulla. Il paradosso è che sono riuscito a fare il film perché ho ricominciato a fare l’attore. Prima, quello che scrivevo era considerato “carino”, dopo aver interpretato La profezia dell'armadillo [+leggi anche:
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, ho acquistato più credibilità. Domenico Procacci di Fandango lesse la mia sceneggiatura. E quando andai a trovarlo mi resi conto che in quella stanza c’era un clima diverso dal solito, un clima da battaglia. E pensai “cazzo, me lo fanno fare”.  Ma la cosa più difficile è stata convincermi che quel film si poteva fare. Perché è un film che va contro ogni manuale di sceneggiatura.  E contro tutti i consigli che si danno per le opere prime. C’erano tanti personaggi, tante location diverse. Questo è un mestiere che impari sbagliando, e solo da giovane hai il coraggio di sbagliare.

Ci sono degli elementi in comune con Favolacce [+leggi anche:
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intervista: Fabio e Damiano D'Innocenzo
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dei fratelli Fabio e Damiano D'Innocenzo

Siamo amici intimi, ci conosciamo da molto tempo. C’era una sensibilità in comune che ci permetteva di capirci in maniera istintiva, come fra animali. Il fatto che ci sia una bomba in entrambi i nostri film è una coincidenza che come tutte le coincidenze non ha nulla di casuale.

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