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BLACK NIGHTS 2020 Concorso

Ivaylo Hristov • Regista di Fear

"Sono sempre stato interessato alle persone che trovano il coraggio di affermare e difendere il loro punto di vista"

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- Abbiamo parlato con il regista bulgaro Ivaylo Hristov, in concorso al Festival Black Nights di Tallinn con il suo quarto lungometraggio, la favola sugli immigrati Fear

Ivaylo Hristov • Regista di Fear

Dopo aver vinto il premio più importante al Golden Rose Film Festival, il più grande raduno bulgaro di film locali, Fear [+leggi anche:
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intervista: Ivaylo Hristov
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del regista bulgaro Ivaylo Hristov fa il suo debutto internazionale nella competizione principale del Festival Black Nights di Tallinn. Ecco cosa ha da dire il regista del suo film, che dà una svolta divertente alla crisi dei rifugiati.

Cineuropa: L'idea di scrivere Fear le è venuta dopo aver assistito a una situazione drammatica, quando dei rifugiati che viaggiavano attraverso la Bulgaria a bordo di un furgone furono arrestati proprio davanti ai suoi occhi. Come l'ha usato quando ha scritto la sceneggiatura?
Ivaylo Hristov: Da anni ormai io e alcuni amici trascorriamo le vacanze estive in un villaggio vicino al confine con la Turchia. La sera, dopo l'incidente con i rifugiati, stavamo cenando al ristorante dell'hotel e, ovviamente, abbiamo parlato di quello che avevamo visto. La conversazione non era seria; al contrario, ci stavamo scherzando su! Hai presente quelle conversazioni con gli amici in cui la risata è direttamente proporzionale alla quantità di brandy.

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Anche io stavo scherzando, ma sentivo che qualcosa non andava, come se qualcosa si fosse incastrato nella mia mente e continuasse a riportarmi al furgone dei profughi. Quello che era successo di fronte a me sembrava il girato di un film. Le sequenze vorticavano nella mia mente: l'asfalto luminoso della strada, le luci abbaglianti delle auto della polizia, l'apertura delle porte del furgone e, lì dentro, volti di uomini sudati, donne con il burqa in testa e occhi enormi e spaventati di bambini. In qualche modo, in quella serie di immagini, è apparsa anche la mia faccia, distorta dall'orrore… Allora ho capito! Ciò che aveva turbato la mia mente era la sensazione di vergogna. Mi sono vergognato della paura che ho provato nel momento in cui ho visto il furgone con i profughi. Non era simpatia, né desiderio di aiutare, ma paura. Per superare quella paura, ho scritto la sceneggiatura e spero che il film possa aiutare anche altre persone.

In effetti, il tema dei rifugiati è solo uno sfondo, un ambiente necessario in cui dare corpo alla trama e far emergere l'opposizione tra società e individuo. Sono sempre stato interessato alle persone che trovano il coraggio di affermare e difendere il loro punto di vista, indipendentemente dal prezzo che devono pagare. Il protagonista del film affronta un cambiamento difficile, da insegnante di provincia solitario e disoccupato a persona che dichiara con orgoglio ai funzionari del governo: "Secondo la legge, lo Stato sono io!".

Qual è la sua opinione personale sulla crisi degli immigrati in Europa, e quale dovrebbe essere la posizione della Bulgaria rispetto alla crisi? Pensa che Fear sia un film politico?
Non ho mai creduto nella costruzione di recinzioni di metallo; inoltre mi disgustano. Ricordiamo tutti un muro che divideva il mondo in due, ma anche quello è crollato. Ci sono voluti anni, ma alla fine è caduto. Sono i muri nella testa delle persone che sono ancora il grosso problema. La paura dell’"altro" o dello "straniero" è il problema più serio. Purtroppo, i politici generano e alimentano le fiamme di questa paura. Odio la politica aggressiva e xenofoba. In questo senso, concordo che Fear sia un film politico.

Alla fine del film, interpreta un misterioso personaggio che accompagna Svetla e Bamba mentre escono dal villaggio. Sembra che gli unici due personaggi positivi del film siano praticamente esclusi dalla storia. È un commento sulla società bulgara?
La mia apparizione nel film è, per così dire, una strizzata d’occhio, uno scherzo personale con me stesso. Io, come autore, ho messo ostacoli davanti ai miei personaggi durante il film e ho teso loro delle trappole; a volte mi prendevo cura di loro, sperando che il loro amore accadesse qui e ora, ma ho fallito, e per questo motivo ho detto loro: "Io sono arrivato fino a qui!" e ho lasciato che cercassero la loro felicità da qualche altra parte nel mondo – in qualche posto bello e più amichevole, che sia l'Africa, l'America o persino l'Antartide.

La preoccupa come il suo film potrà raggiungere il pubblico ai tempi della pandemia?
Certo, mi preoccupa molto. Per me il cinema continua ad essere un'arte, non un'industria, e in questo senso credo che sia il cinema il luogo dove avviene un vero "dialogo" tra spettatori e film. I cinema chiusi sono uno spettacolo molto triste, ma sono ottimista: ora siamo molto vicini alla scoperta di un vaccino per il COVID-19. Lunga vita agli scienziati!

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(Tradotto dall'inglese)

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