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Irlanda

Colin Broderick • Regista di A Bend in the River

"La sfida principale era creare una narrativa visivamente avvincente per rappresentare la vita interiore di Matt Donnelly"

di 

- ​Abbiamo intervistato l'irlandese Colin Broderick, che ci ha parlato della realizzazione del suo secondo film, A Bend in the River

Colin Broderick  • Regista di A Bend in the River
(© Wojtek Urbanek)

Abbiamo avuto la possibilità di conversare con lo sceneggiatore-regista irlandese Colin Broderick, che ha presentato il suo dramma A Bend in the River [+leggi anche:
recensione
intervista: Colin Broderick
scheda film
]
al Belfast Film Festival di quest'anno (18 novembre-6 dicembre).

Cineuropa: Quando ha cominciato a lavorare su A Bend in the River?
Colin Broderick:
Ho avuto la mia prima lettura scenica di questo copione nel Bronx circa dieci anni fa. Michael Kelly [Doug Stamper di House of Cards] inizialmente leggeva per la parte di Matt Donnelly. Ma in quel momento non capivo appieno di cosa parlasse il film, quindi l'ho messo da parte. Poi, dopo aver realizzato il mio primo lungometraggio, Emerald City, mi è tornato in mente e ho sentito che c'era qualcosa che volevo esplorare sull'immigrazione, l'esilio e l'Irlanda del Nord. Da quando è iniziata l'intera faccenda della Brexit, l'idea di un confine rigido ha nuovamente resuscitato tutte quelle vecchie paure e domande che pensavamo di aver messo a tacere con l'accordo del Venerdì Santo. Era il momento giusto per provare a dire qualcosa.

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Nel film, John Duddy interpreta uno scrittore che torna nella contea di Tyrone da New York dopo 26 anni. Come ha lavorato allo sviluppo dei suoi conflitti interiori?
Lavoro con John Duddy da quando ci siamo incontrati, circa otto anni fa. Ha questa incredibile presenza sullo schermo e questo mondo interiore molto profondo che sapevo mi avrebbe affidato. Siamo cresciuti entrambi nell'Irlanda del Nord, così come il nostro direttore della fotografia, Shane Kelly, ed entrambi sono immigrati, come me, quindi erano immersi nel materiale quanto me. Il conflitto per John era molto reale. C'è una scena nel film in cui Matt ricorda i Troubles, e hai quel flashback di quell'incredibile, iconico filmato del massacro del Bloody Sunday a Derry del 1972... Il prete che sventola il fazzoletto bianco mentre trasportano il ragazzo insanguinato. Quel ragazzo era Jackie Duddy, lo zio di John, aveva solo 17 anni quando fu assassinato. John ha preso il suo nome da lui: John Jackie Duddy. Questo materiale era incredibilmente delicato per tutti noi. Doveva essere assolutamente giusto. Avevamo bisogno di onorare la verità del luogo, dal punto di vista di un immigrato.

Qual è stata la sfida più grande?
La sfida principale era creare una narrazione visivamente avvincente per rappresentare la vita interiore di Matt Donnelly. Come fai a farlo senza annoiare il pubblico? Come porti il pubblico nel cuore dello scrittore e nella sua mente, in modo che intraprendano questo viaggio emozionante con lui? È stato un processo difficile, prima durante la scrittura, poi durante le riprese vere e proprie, ma la vera sfida è iniziata in sala di montaggio. Ho passato ogni giorno per sei mesi con il montatore Jon Greenhalgh cercando di trovare un'estetica coerente che potesse portare lo spettatore in un viaggio, senza mai rompere l'incantesimo del mondo interiore di Matt.

In che modo la realizzazione di questo film ha cambiato la sua percezione dell'Irlanda?
Non sono così sicuro che il film abbia cambiato la mia prospettiva sull'Irlanda, ma spero che aiuterà ad affrontare quella disconnessione che gli irlandesi hanno con la diaspora. C'è ancora questa sensazione degli irlandesi in patria che tendono a giudicare le persone come me, che si sono trasferite, come estranee. Una volta che te ne vai, ti escludono. Vivi il resto della tua vita nella periferia emotiva dell'Irlanda. Non ti permettono mai di tornare all'ovile.

Com'è stata la sua collaborazione con Colm Mac Con Iomaire e Shane Kelly?
In realtà avevo un altro direttore della fotografia e poi, all'ultimo minuto, ho ricevuto un'e-mail da Shane che diceva che gli sarebbe piaciuto girare il film. Sono rimasto senza parole. Nessun altro direttore della fotografia avrebbe potuto entrare in questo film con il cuore come ha fatto lui. Mia moglie, Rachel, mi aveva fatto conoscere la musica di Colm. Ricordo che mi ha fatto sentire una registrazione dal vivo di "Emer’s Dream" e mi ha spezzato il cuore. Potevo vederla riprodotta visivamente nella campagna irlandese, e quella canzone ha dato il tono all'intero film. Stavamo girando una scena e io ho chiesto al mio produttore, Julie Ryan, di dire a tutti di smettere di fare quello che stavano facendo, e siamo rimasti tutti lì ad ascoltare "Emer's Dream" per cinque minuti. L'essenza emotiva di quella traccia attraversa il film. Non posso dirti quanto fossi onorato che Colm abbia accettato di comporre la colonna sonora.

Cosa ci dice dei suoi nuovi progetti?
Ho appena pubblicato un romanzo, Church End, disponibile su Amazon. La risposta mi ha lasciato sbalordito. Sono stato anche ingaggiato da Magnifico Productions per scrivere una miniserie in sei parti chiamata The Pizza Connection. È ambientata nella New York degli anni '70, con la mafia italiana, Nicky Barnes, i Westies, pugili, eroina, romanticismo e poliziotti sotto copertura. È un sollievo, ed è eccitante scrivere qualcosa che non riguardi me stesso... beh, non solo me stesso!

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(Tradotto dall'inglese)

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