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CANNES 2021 Un Certain Regard

Arthur Harari • Regista di Onoda

"Volevo fare un film che fosse più grande di me, che mi superasse"

di 

- CANNES 2021: Il regista francese racconta la genesi del suo straordinario secondo lungometraggio, presentato in apertura della sezione Un Certain Regard

Arthur Harari  • Regista di Onoda
(© Georges Biard)

Dopo il grande successo ottenuto con il suo primo lungometraggio Diamant noir [+leggi anche:
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, Arthur Harari si è lanciato con il film Onoda [+leggi anche:
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, presentato in apertura della sezione Un Certain Regard del 74mo Festival di Cannes, in un’avventura cinematografica fuori dal comune per un regista francese: un film storico, di guerra, con degli attori giapponesi e una storia incentrata nell’arco di circa 30 anni.

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Cineuropa: Che cosa l’ha attratta verso questo personaggio giapponese, e questo film d’avventura al tempo stesso militare ed esistenziale?
Arthur Harari
: Il desiderio di avventura risale quasi alla mia infanzia, al mio interesse per le storie come spettatore e come lettore. E ho sempre avuto l’impressione che le grandi opere d’avventura potessero portare a una dimensione esistenziale, qualche cosa che non sia soltanto azione, divertimento o esotismo, ma che riguardi questioni più profonde, quasi metafisiche. Mi sono imbattuto in questa storia e ho sentito una sorta di richiamo, come se fossi un avventuriero, come quelle persone che decidono di andare a scalare una determinata parete di una data catena montuosa anche se nessuno o poche persone l’hanno fatto in quelle condizioni. Ho percepito nel soggetto e nella figura di Onoda cose molto universali e che mi parlavano in maniera molto personale: una determinazione quasi infantile a non voler lasciare qualcosa che si è promesso o che ci è stato promesso, o una convinzione, un coraggio quasi assurdo. Non avevo mai voluto fare un film di guerra o un film con dei giapponesi, ma quando mi sono imbattuto in questa storia, mi sono detto che bisognava farlo in giapponese, con dei giapponesi, su un’isola.

In che modo ha lavorato sulla temporalità della storia che si estende nell’arco di 30 anni?
La mia idea iniziale era raccontare la storia in maniera cronologica: Onoda è giovane quando si trova in Giappone, in seguito al suo addestramento viene inviato a Lubang, e a poco a poco invecchia davanti ai nostri occhi. Quest’idea non è stata veramente rispettata all’interno del film poiché vi è un percorso circolare: si parte con Onoda vecchio, senza sapere chi sia, a seguire vi è l’arrivo misterioso di questo giovane giapponese di cui non conosciamo l’identità, e per finire ci rituffiamo nel passato attraverso un ricordo suggerito dalla musica. Tutto ciò è stato realizzato unendo la scrittura al montaggio poiché mi sono reso conto che una rigida linearità non permetteva di rappresentare le vertigini del tempo che cercavo, l’ampiezza, questa specie di mistero. Per vivere l’esperienza insieme a Onoda, bisognava non comprendere veramente all’inizio cosa stava facendo e perché si trovava ancora lì: ciò sarebbe stato compreso attraverso uno svelamento progressivo.

Gli anni raccontati nel film non sono così tanti. Innanzitutto, abbiamo il 1945-1946: l’arrivo di Onoda sull’isola, il suo addestramento, la maniera in cui raggruppa i soldati attorno a sé, come resiste e rifiuta l’annuncio della fine della guerra, come forma una piccola squadra rivelando la sua missione. Poi, il 1949-1950: come il gruppo comincia a sfaldarsi, la violenza interiore, il dubbio e la disperazione che aumentano in alcuni. Poi c’è una lunghissima ellissi che ci porta nel 1969 e che funziona poiché abbandoniamo i due personaggi in uno stato di pace interiore sulla spiaggia, in armonia con l’isola, i quali hanno accettato che la loro missione potesse durare in maniera indeterminata: si ha una forma d’intimità con loro che ci permette di abbandonarli per lungo tempo. Quando li rincontriamo nel 1969, sono invecchiati, ma sono sempre nella stessa situazione: credono sempre nella stessa cosa, sono sempre insieme. Infine, ci si dirige sempre con una sorta di ellissi nel 1974, come con una specie di coppia amichevole, fraterna, ma l’arrivo di una donna rovinerà il loro rapporto. Uno dei due cederà poiché la situazione è divenuta ingestibile: sono diventati dei fantasmi, degli emarginati. Dunque vengono trattati soltanto tre periodi, che sono abbastanza pochi per una storia che si sviluppa in 30 anni, ma si ha la sensazione dei 30 anni poiché trascorriamo tutto il tempo con il personaggio principale.

Il film si confronta con i grandi classici e va contro le tendenze spesso semplificatrici e frenetiche della produzione attuale.
Tendo a basarmi sulle opere del passato poiché c’è molto da imparare e perché bisogna guardare i grandi film, anche se non si può raggiungere il loro livello. Bisogna trovare l’equilibrio tra l’emozione e l’emulazione che procurano le grandi opere senza farsi scoraggiare dalla sensazione che siano insuperabili, o addirittura tentare di imitarle oppure assumere un atteggiamento di deferenza piuttosto seria. Ciò che è complicato, è inserirsi in una continuità cercando di essere attuali e di fare comunque qualcosa di nuovo. L’unica cosa che bisogna rivendicare, è l’assunzione del rischio poiché ciò viene a mancare, soprattutto nel cinema francese. Bisogna rischiare di perdere qualcosa, di andare in frantumi, ed è più rischioso chiaramente quando la posta in gioco è alta poiché altrimenti non si rischia un granché. Ma si può rischiare in mille modi diversi, anche con un film con un budget di 100 euro. Nel mio caso, ho rischiato perché volevo fare un film che fosse più grande di me, che mi superasse.

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(Tradotto dal francese da Ilaria Croce)

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