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CANNES 2021 Quinzaine des Réalisateurs

Emmanuel Carrère • Regista di Ouistreham

"C'è nel film il lato sociale, ma anche un elemento hitchcockiano"

di 

- CANNES 2021: Il celebre romanziere tornato dietro la macchina da presa parla del suo libero adattamento del libro di Florence Aubenas, che ha aperto la Quinzaine des Réalisateurs

Emmanuel Carrère  • Regista di Ouistreham

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di Emmanuel Carrère (con Hélène Devynck come co-sceneggiatrice) è stato presentato in apertura della 53ma edizione della Quinzaine des Réalisateurs, nell’ambito del 74° Festival di Cannes. Il film vede una scrittrice interpretata da Juliette Binoche infiltrarsi nella precarietà contemporanea della vita quotidiana lanciandosi in incognito nei lavori di pulizia.

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Cineuropa: Perché ha deciso di adattare Le quai de Ouistreham?
Emmanuel Carrère
: Non è stata una mia idea. Il libro, che è eccellente, ha riscosso molto successo al momento della sua pubblicazione una decina di anni fa. E come sempre quando un libro ha successo e c’è un ruolo principale molto promettente, molti registi e attrici se ne sono interessati. Ma l’autrice, Florence Aubenas, era molto restia poiché credo temesse una mancanza di rispetto per le persone di cui parlava il libro. In questo genere di casi, l’idea di un adattamento cinematografico viene generalmente abbandonata, ma Juliette Binoche è estremamente tenace. Quasi ogni anno, lei invitava Florence Aubenas a cena e le diceva: “Allora, quando si fa questo film?”. E quattro anni fa Florence Aubenas ha fatto il mio nome. Noi ci conosciamo, senza essere amici stretti, ma c’è un rispetto reciproco. Dunque questo è stato un vero colpo di fortuna per me. A volte, quando la vita o le circostanze ti conducono verso qualcosa senza che ciò sia stata una tua idea o una tua volontà, questo ti fa uscire dalla tua comfort zone ed è quello che è accaduto nel mio caso.

Il film descrive come se fosse un documentario il mestiere che consiste nel fare le pulizie. Cosa l’ha più colpita di questo universo?
Ciò che è molto particolare di questo tipo di mestiere, è che si lavora due ore in un luogo e tre ore in un altro, ci si deve spostare da un posto a un altro, si spende buona parte della magra paga che si riceve in benzina, non si ha il tempo di tornare a casa per riposarsi un po’, ma vi sono tempi morti tra un lavoro e l’altro: è un lavoro molto faticoso.

Come ha lavorato con questo cast che comprende sia Juliette Binoche che dei non professionisti ?
All’inizio del progetto, ho accettato soltanto a questa condizione. Juliette ha accettato, i produttori anche. Abbiamo avuto la fortuna di avere più di un anno tra la fine della scrittura del copione e l’inizio delle riprese. Ci sono stati tre o quattro mesi di casting con moltissime prove, poi per sei mesi, abbiamo lavorato in studio tre o quattro volte al mese. Sono state giornate di divertimento, di improvvisazione, che erano soprattutto un modo per stare insieme, per imparare a conoscersi, per divenire una sorta di compagnia teatrale. A poco a poco, queste persone che erano molto lontane dal mondo degli attori e persino dall’idea di recitare, hanno familiarizzato con il metodo e gli uni con gli altri. Juliette è arrivata all’ultimo momento, gli altri l’attendevano con un po’ di circospezione e si domandavano come sarebbe stata la grande star. Neanche io sapevo come sarebbe andata a finire poiché anche se Juliette è un’attrice formidabile, ciò non basta per questo tipo di lavoro. Ciò che è accaduto, ciò che rappresenta secondo me la chiave del film, e ad ogni modo ciò che funziona molto bene nel film, è questa alchimia che è nata tra loro e Juliette. Questo grazie a Juliette poiché è stata incredibilmente umile, semplice, gentile e li dirigeva mentre recitava insieme a loro: si sentivano sempre più sicuri ed erano felici di recitare. Non mi considero come un grande regista, ma in questo caso, vi era una super storia e un meccanismo creativo che poteva essere interessante.

I suoi libri trattano spesso la tematica del doppio o delle persone che pretendono di essere ciò che non sono, come in L’avversario per esempio. Ciò ha influenzato la scrittura del personaggio interpretato da Juliette Binoche?
Per certi versi, sì. C’è nel film il lato sociale, ma anche un elemento hitchcockiano, che non era assolutamente presente nel libro e che costituisce la base drammatica del film. Quando qualcuno si infiltra in un gruppo fingendo di essere uno di loro, pur avendo le migliori intenzioni, la domanda che sorge spontanea è quando verrà scoperto. Era impossibile non ricorrere a questa risorsa drammatica. Neanche l’intera storia di amicizia tra Marianne e Christèle è presente nel libro, che è una cronaca sociale. Florence Aubenas afferma con forza che lei è semplicemente una giornalista: il libro non guarda mai verso la sua direzione poiché crede che guardare e descrivere siano più importanti che parlare di se stessa, e in quanto giornalista molto esperta, è cosciente di questo pericolo, dunque decide di parlare di buoni rapporti, di organizzazioni tra lavoratori ma non di intimità. Nel film, il personaggio non è una giornalista ma una scrittrice: era un modo per avvicinarlo a me e anche alla mia maniera di trattare la parte che rende il film simile ad un documentario. Poiché nel documentario, ci sono a mio parere due scuole: o si fa esattamente come se l’osservatore non fosse presente, o si considera che l’interazione tra l’osservatore e ciò che riprende faccia parte del processo. È il celebre teorema di Heisenberg: osservare il fenomeno cambia il fenomeno, e il film esplora proprio questo.

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(Tradotto dal francese da Ilaria Croce)

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