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Joshua Oppenheimer • Regista di The End

“Il mio lavoro scopre la sua verità quando andiamo oltre le forme di narrazione che sono sempre intrinsecamente finzionali"

di 

- L'acclamato regista statunitense con base a Copenaghen parla del suo esordio narrativo, un feroce atto d'accusa contro la nostra deriva collettiva verso l'apatia e l'autoinganno

Joshua Oppenheimer • Regista di The End
(© Petra Polčičová)

Il cineasta statunitense residente a Copenaghen Joshua Oppenheimer è conosciuto soprattutto per i suoi primi due film, i documentari The Act of Killing [+leggi anche:
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(2012) e The Look of Silence [+leggi anche:
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(2014), sul genocidio di massa del 1965-66 orchestrato dall’allora presidente Suharto, con l’appoggio di Stati Uniti e Regno Unito. Pur volendo realizzare un terzo film per una trilogia, non ha potuto farlo per ragioni di sicurezza e ha invece dato vita a The End [+leggi anche:
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intervista: Joshua Oppenheimer
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, suo debutto nella finzione. Dopo l’anteprima mondiale a Telluride e un trionfale giro per il circuito dei festival, The End arriva nelle sale di Regno Unito, Irlanda, Germania e Austria il 28 marzo.

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Attraverso lo stile di un musical statunitense dell'epoca d'oro, The End racconta la storia dell’ultima famiglia sulla Terra (George McKay, Tilda Swinton e Michael Shannon), che vive comodamente in un bunker, mentre scopriamo lentamente in che modo sia coinvolta in un’apocalisse climatica globale. Cineuropa ha incontrato Oppenheimer per discutere di come il suo nuovo film parli di impunità e ignoranza collettiva tanto quanto le sue prime due opere.

Cineuropa: Come ha sviluppato questo stile di critica del neoliberismo che utilizza in The End, che potrebbe essere considerato più “sottile” rispetto a quello dei suoi primi due film?
Joshua Oppenheimer:
Se The End intende intervenire come The Act of Killing e The Look of Silence, ci costringe a guardarci allo specchio e a pensare: “Come sto mentendo a me stesso?”. Opera su due livelli allegorici allo stesso tempo. È un’allegoria dell’intera famiglia umana e di un impero statunitense in declino. Allo stesso tempo, questi personaggi senza nome siamo tutti noi e le nostre famiglie. Tutti sappiamo – perché anima tutto ciò che facciamo – che è nella nostra natura morire e perdere le persone che amiamo. Pertanto, la domanda più fondamentale a cui dovremmo tenere, ma che abbiamo troppa paura di affrontare, è: come dobbiamo vivere? In che modo le bugie e le storie che ci raccontiamo offuscano la natura delle nostre relazioni?

Lei lavora con elementi personali a livello micro e con quelli sociali a livello macro. Come riesce a infondere nelle sue storie entrambi gli aspetti?
È qualcosa che in me si sposta continuamente. Con The End, sono partito dal macro per via della genesi del progetto: un vero oligarca che stava comprando un vero bunker. Ho visto che poteva andare chiaramente verso la satira. La decisione di scavare nei personaggi ha a che fare con la mia sensibilità come persona. Ho la sensazione di fare film perché voglio sapere cosa vuol dire essere gli altri. Chiunque io guardi con le mie macchine da presa, lo stringo in un abbraccio così stretto che posso quasi scivolare nella sua pelle e sentire cosa si prova a essere quella persona.

Qual è il suo rapporto cinematografico con la costruzione della narrazione e della storia, così come con gli squilibri di potere innati che esistono?
Una delle cose che ho capito solo nelle ultime settimane a proposito di The End, insita nella sua visione e in tutto il modo in cui l’abbiamo messo in scena, è che la “fine” del titolo è in realtà la resa del personaggio di Moses Ingram al termine del film. […] È una storia di capitolazione che tutti noi, nelle nostre vite, dobbiamo attraversare, di solito da bambini, nel cosiddetto passaggio all'età adulta. Poiché non ha mai fatto parte della società, nell’ultima canzone cerca disperatamente di convincersi che il suo futuro è radioso. Trova un certo sollievo nell’autoinganno. Il fatto che ciò avvenga in una forma che è riconoscibilmente il prodotto di un’intera cultura dell’ottimismo fasullo – che ha raggiunto la sua perfezione più cristallina in questo genere di musical americano – implica profondamente che questa forma ci abbia rassicurato di essere padroni del nostro destino. La verità di questa forma è che ci ha anestetizzati e ci ha mentito.

Lei parla molto di autoinganno. Dov’è il confine tra questo, la performatività e la menzogna?
Sto solo facendo delle ipotesi, perché non sono sicuro di averci pensato in questi termini. Il mio primo impulso è dire che è tutto performativo, ma è performativo per sé stessi. Spesso pensiamo alla performance come a qualcosa destinato a un pubblico, ma poi commettiamo l’errore di credere che il pubblico siano gli altri – il pubblico siamo innanzitutto noi stessi. La maggior parte dei numeri musicali è attiva ed è girata in piani sequenza, in cui assistiamo a persone che cercano, e falliscono, di convincersi di queste menzogne. Non significa che riconoscano la verità. […] Il mio lavoro trova la sua verità, e dunque la sua speranza, quando andiamo oltre le parole e i copioni, e quando andiamo oltre forme di narrazione che sono intrinsecamente sempre fittizie.

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(Tradotto dall'inglese)

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