CANNES 2025 Semaine de la Critique
Laura Wandel • Regista di L’Intérêt d’Adam
"La questione dell'empatia, della cura e dell'educazione è al centro del film"
- CANNES 2025: La regista belga ci parla del suo ritratto avvincente e immersivo di un'infermiera pediatrica che mostra i limiti della sua pratica

Rivelatasi nel 2021 con il suo primo lungometraggio, Il patto del silenzio - Playground [+leggi anche:
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scheda film], che ha inaugurato la Semaine de la Critique al 78mo Festival di Cannes, volge lo sguardo a un altro microcosmo, l’ospedale, con il suo consueto stile realistico e immersivo.
Cineuropa: Perché ha scelto proprio il mondo degli ospedali?
Laura Wandel: Sono sempre stata attratta da questo universo, che ho frequentato molto da bambina perché mia madre lavorava in ospedale. È un luogo che mi ha sempre affascinata, perché racchiude l’intera società, è davvero un microcosmo. C’è anche un aspetto gerarchico che crea legami sistemici, molto interessante dal punto di vista narrativo: pone questioni morali, solleva il tema dei limiti. Ho anche notato che l’aspetto sociale è quasi importante quanto quello medico e quanto il recupero del bambino dipenda dal rapporto con il genitore. La questione dell’empatia, della cura e della presa in carico è al centro del film. Gli infermieri sono eroi, e trovo sconcertante la scarsità di risorse di cui dispongono, quindi volevo che fosse anche un omaggio.
Come ha lavorato per immaginare i personaggi in questo ospedale?
Ho attinto molto a ciò che avevo osservato durante varie immersioni sul campo. La domanda che mi ossessionava era: come ci prendiamo cura gli uni degli altri? Come farlo quando si lavora con tempi serratissimi, spesso dettati dalla redditività? Attraverso il personaggio di Lucie volevo trasmettere la pressione a cui può essere sottoposto il personale infermieristico e, in particolare, la mancanza di risorse con cui deve fare i conti.
Per Lucie, il lavoro è un sacerdozio. Naturalmente, non potevo non pensare a Rosetta; i fratelli Dardenne dicevano di lei che era come un piccolo toro, e quell’immagine mi piace moltissimo. Abbiamo filmato spesso Lucie di spalle, insistendo sulle sue spalle, perché volevo che si percepisse il peso che grava su di lei. È una che va avanti nonostante tutto, ma viene continuamente frenata in ciò che vorrebbe fare. Volevo raccontare il momento in cui oltrepassa il limite, chiarendo che si tratta dell’accumulo di tante cose. Non è certo il primo caso difficile che ha incontrato. Deve svoltare, ribellarsi a un sistema che non funziona più.
Non volevo stigmatizzare Rebecca e ho avuto cura di non dare alcun dettaglio sulla dieta a cui sottopone il figlio. Volevo soprattutto restituirne la fragilità. Quando il pediatra che ho incontrato mi ha raccontato questa storia, mi sono davvero chiesta come si potesse arrivare a tanto. Dev’essere l’angoscia di tutte quelle madri continuamente sottoposte a imposizioni, spesso contraddittorie, che a un certo punto deragliano. La società ha una responsabilità in questo senso.
Mentre Playground si sviluppava nel tempo, questo nuovo film è calato nell’urgenza, quasi in tempo reale. Come ha gestito questo cambio di paradigma temporale?
In origine non era scritto così. Ma mi è sembrato il modo più appropriato per raccontare la storia, stringere il tempo, restituire davvero il ritmo e l’andamento del lavoro degli infermieri. Anche il nostro modo di lavorare è stato serrato, in effetti. Avevamo un calendario molto stretto, lavoravamo sei giorni su sette, spesso chiusi nello stesso luogo, e giravamo due sequenze al giorno. Questo ci ha portati a una sorta di sfinimento, e sento che questa energia passa nelle immagini.
Qualche parola sulle sue attrici?
Fin dall’inizio avevo in mente Léa Drucker. Scrivo spesso per gli attori. Ha qualcosa di raro. Una grande forza e, dietro questa apparente freddezza, si percepisce una grande fragilità. È meraviglioso poterne cogliere un accenno. Nel film ha dato tutto, oltre le mie aspettative. Non ha mai mollato, anche se le condizioni non erano sempre facili. Ci siamo immerse insieme nel film. Sul set le è stata insegnata la gestualità degli infermieri. Quanto a Anamaria Vartolomei, ha una certa tenacia oltre alla fragilità e, soprattutto, poteva portare qualcosa di opaco, il che per me era molto importante.
(Tradotto dal francese)
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