email print share on Facebook share on Twitter share on LinkedIn share on reddit pin on Pinterest

CANNES 2025 Semaine de la Critique

Pauline Loquès • Regista di Nino

"Mi interessava vedere come la banalità del quotidiano prosegua in un momento eccezionale di una vita"

di 

- CANNES 2025: La regista francese racconta la genesi del suo primo lungometraggio e spiega la sua ricerca del giusto equilibrio tra un soggetto drammatico e un trattamento sottilmente stravagante

Pauline Loquès • Regista di Nino
(© Lucie Baudinaud)

Presentato alla Semaine de la Critique della 78ma edizione del Festival di Cannes, Nino [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Pauline Loquès
scheda film
]
è il primo lungometraggio della regista francese Pauline Loquès.

Cineuropa: Da dove nasce l'idea di Nino?
Pauline Loquès: Dal mio incontro con la produttrice, Sandra da Fonseca. Avevo realizzato un cortometraggio di 30 minuti su un addio al nubilato. Sandra mi ha proposto di fare un lungometraggio. In quel periodo, nella mia famiglia c’era un giovane che era malato di un tumore molto più grave e aggressivo di quello del film, ed è morto a 37 anni. È stato qualcosa di abbastanza istintivo, con il desiderio di trovare un senso nella malattia, di reinventare la storia, di salvare anche un personaggio. Così il personaggio di Nino mi è davvero caduto in grembo mentre scrivevo: un giovane un po’ perso nella vita, in procinto di ricevere la diagnosi di un cancro, e io l’ho davvero seguito, come se fosse lui a indicarmi la strada.

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

Come ha impostato il tono del film, che è naturalmente un dramma, ma riesce a evitare di essere troppo pesante?
C’entra molto la mia personalità. Anche se volessi scrivere il più grande dei drammi, credo che ci metterei comunque un pizzico di ridicolo o di comico. La vita non è mai monodimensionale; succedono sempre delle cose. Dipende anche dal fatto che la vita continua attorno a Nino. Ha ricevuto la diagnosi, ma non c’è una coltre pesante che tinga tutto ciò che lo circonda del grigio della tragedia. Intorno a lui, le persone e la città continuano a vivere. È da lì che viene il tono: era già presente in fase di scrittura, ma sul set non ho mai spinto gli attori a essere divertenti. Poi è una questione di equilibrio che si è definita in montaggio, dove siamo stati molto attenti a mantenere il pudore rispetto all’argomento, in modo che non risultasse mai fuori luogo. Allo stesso tempo, bisognava permettere al pubblico, in certi momenti, di trovare alcune cose divertenti.

E per quanto riguarda la scansione del racconto su tre giorni? È una questione di ritmo?
L’avevo già fatto per il mio cortometraggio, quindi credo di avere una certa passione per i racconti cronachistici e per le storie che si svolgono in un tempo limitato, anche da spettatrice. E riflettendoci mentre scrivevo, mi sono resa conto che ciò che mi interessava davvero era l’ordinario dentro i grandi momenti. Ci sono due eventi principali: l’annuncio della diagnosi e l’inizio delle cure. Ma mi sono detta che ci deve pur essere una tregua tra questi momenti. Che cosa succede in mezzo? Ci sono giorni e notti da attraversare. Come li affronterà? Mi interessava vedere come la banalità del quotidiano prosegua in un momento eccezionale di una vita. Mi piace andare a scovare il triviale, l’ordinario, il banale, ed ero curiosa di sapere cosa potesse accadere durante questo tempo di attesa.

L’amicizia e la famiglia sono anche al centro del film.
Nino è giovane. Quando non hai ancora 30 anni e ti viene detto che dovrai trovarti qualcuno che ti accompagni alla seduta di chemioterapia e che il tuo sperma deve essere prelevato e conservato altrimenti non avrai mai figli, qual è la persona giusta per accompagnarti? Devono essere per forza i tuoi genitori? O i tuoi amici? O qualcuno che in realtà non conosci così bene? Ho toccato anche l’idea dell’orologio biologico maschile che si mette a ticchettare, cosa che nella vita reale per gli uomini non scatta mai. Tutto questo mi ha permesso di affrontare temi molto generazionali come la riproduzione e i legami sociali.

È anche il ritratto di una giovane generazione un po’ disorientata, diffidente nei confronti della vita lavorativa e in cerca di altrove.
C’è una battuta nel film che dice "non faremo finta che vada tutto bene". È una generazione sofferente, una sofferenza non facile da definire, ma esiste comunque un malessere piuttosto diffuso, o comunque una difficoltà a trovare il proprio posto, una difficoltà a trovare un senso. Quello che accade a Nino è più grave, ma le persone intorno a lui non stanno necessariamente molto bene. E non esiste per forza una gerarchia del dolore. E a cosa ci si aggrappa quando le persone attorno a Nino non sembrano molto felici pur senza essere malate?

(L'articolo continua qui sotto - Inf. pubblicitaria)

(Tradotto dal francese)

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche

Privacy Policy