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CANNES 2025 Un Certain Regard

Stéphane Demoustier • Regista di Lo sconosciuto del Grande Arco

"Quest'uomo è un mistero, e mi è parso subito perfetto per un film"

di 

- CANNES 2025: Il regista francese racconta la realizzazione del suo monumento all'ignoto creatore danese dell'Arco de La Défense a Parigi

Stéphane Demoustier • Regista di Lo sconosciuto del Grande Arco
(© Agat Films & Cie)

Dietro l’illustre nome Johan Otto von Spreckelsen si cela un architetto danese sconosciuto che, nel 1982, dopo aver progettato “quattro chiese e una casa: la mia”, vinse il concorso internazionale con la sua proposta per l'Arco de La Défense a Parigi, completato nel 1989, due anni dopo la morte di Speckelsen. Il regista francese Stéphane Demoustier ha ora eretto un monumento allo stesso Spreckelsen sotto forma di un film, Lo sconosciuto del Grande Arco [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Stéphane Demoustier
scheda film
]
, che vanta un ruolo principale perfettamente calzante per Claes Bang e che debutta nella sezione Un Certain Regard del 78mo Festival di Cannes.

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Cineuropa: La sua sceneggiatura per Lo sconosciuto del Grande Arco prende le mosse dal fortunato e pluripremiato resoconto di Laurence Cossé su Spreckelsen e sul suo lavoro, pubblicato in Francia nel 2016 ma, curiosamente, non ancora uscito in Danimarca. È stato il libro ad accendere la sua curiosità?
Stéphane Demoustier:
Proprio così. Tutti conosciamo La Défense e l’arco ma, in qualche modo, Spreckelsen è un punto cieco, e volevo sapere di più sull’uomo e su ciò che gli è accaduto. Il libro è disponibile solo in francese, e persino in Francia nessuno conosceva Spreckelsen prima. Dunque è un mistero, e mi è parso subito perfetto per un film.

Il fatto che Spreckelsen abbia abbandonato il progetto a causa di conflitti d’interesse lo rende ancora più interessante. In effetti, c’è un parallelo, in un certo senso, con un altro architetto danese, Jørn Utzon, che progettò e poi abbandonò la costruzione della Sydney Opera House.
Certo. Ma Utzon è ancora molto famoso. Spreckelsen è l’antitesi.

Parliamo di Claes Bang, ammirevole nel ruolo principale. Come è entrato nel progetto?
Be’, all’inizio pensavo che Claes fosse svedese, perché l’ho visto per la prima volta da protagonista in un film svedese, The Square, quindi non era un’opzione, per così dire. Quando ho scoperto che in realtà era danese, ho voluto subito saperne di più su di lui, e mi ha attratto anche la sua fisicità. Poi, quando l’ho incontrato, ho notato la sua postura dignitosa, che era esattamente ciò di cui avevo bisogno per la parte, per cogliere la sincerità e gli ideali altissimi che circondano la sua creazione. E il fatto che Claes sia di per sé piuttosto gigantesco è stato un bene per il film dal punto di vista fisico, perché traduce immediatamente le difficoltà che prova nel confrontarsi con l’ambiente che incontra in Francia.

Vedere Michel Fau nei panni di François Mitterand ha suscitato sonore risate in sala. Interpreta il suo ruolo come un classico clown del cinema muto o qualcosa del genere. Era questa la sua intenzione, o almeno la sua speranza?
Assolutamente. C’è qualcosa di sottilmente satirico nel comportamento della “Corte francese”, che si tratti della monarchia o della repubblica, del re o del presidente, seguiti da un grande entourage: è quasi circense. E Michel Fau è senza dubbio brillante nel rappresentare l’eccentrico e il burlesco. Ho ottenuto tutto l’umorismo che cercavo, ma con un approccio affettuoso.

Offre anche scene in cui lo spaesato Spreckelsen/Claes Bang deve negoziare le sfide culturali del rapporto con i francesi e con le procedure francesi. È stato un altro atto di “affettuosa” satira da parte sua?
Lo sguardo di uno straniero apre davvero possibilità di questo tipo; ci aiuta a guardarci con prospettiva. Certo, noi francesi sappiamo benissimo cosa siamo, per quanto riguarda certi tratti, ma tendiamo a dimenticarlo molto in fretta. Parte dell’attrazione di questo film stava proprio nell’esporre questo outsider a un sistema politico e sociale che rischiava di procurargli parecchi guai.

Gli architetti raramente compaiono come protagonisti nei film, ma quelli che ci sono, da Gary Cooper in The Fountainhead ad Adrien Brody in The Brutalist, sono piuttosto affascinanti. Perché secondo lei?
Perché l’architettura ha moltissimo in comune con il cinema, a mio avviso – nello studio dello spazio, delle forme, della politica, del comportamento umano. Sulla carta può sembrare intellettuale, elitista e poco commerciale. Ma sullo schermo certamente non lo è.

Che rapporto ha con le altre forme di design danese, come mobili e lampade e simili?
Le conosco molto bene, come molti di noi; il design scandinavo è famoso in tutto il mondo. Pur non essendo un grande specialista, direi che l’arco di Spreckelsen rientra pienamente nella stessa estetica.

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(Tradotto dall'inglese)

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