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LOCARNO 2025 Concorso

Hana Jušić • Regista di God Will Not Help

"Quando le persone cercano di possedere qualcosa – che sia un’altra persona, uno status o un senso di appartenenza – spesso finiscono per soffocare ogni possibilità di solidarietà"

di 

- La regista croata racconta il suo secondo lungometraggio, ambientato in un contesto storico ma profondamente legato alla realtà contemporanea del suo Paese

Hana Jušić • Regista di God Will Not Help
(© Locarno Film Festival/Ti-Press)

Nove anni dopo il suo notevole esordio, Quit Staring at My Plate [+leggi anche:
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, presentato alle Giornate degli Autori della 73ma Mostra del cinema di Venezia, Hana Jušić torna con God Will Not Help [+leggi anche:
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, una storia affine nei temi ma diversa nella forma, presentata in Concorso al Festival di Locarno. La regista ci ha parlato delle ispirazioni alla base della trama e ha spiegato il legame tra Cile e Croazia.

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Cineuropa: Il suo primo lungometraggio, Quit Staring at My Plate, seguiva una donna soffocata dalla famiglia e dalle norme, e in God Will Not Help una lotta simile si gioca nel passato. Cosa l'ha spinta a tornare su questo tema attraverso una lente storica?
Hana Jušić:
Credo che stessi cercando di riflettere su quanto poco sia cambiato in realtà. O forse c’è stato un periodo di trasformazione, ma più di recente abbiamo assistito a una rinascita di forze ritradizionalizzanti, sia all’interno della società croata sia in senso più ampio. Sembra esserci una crescente nostalgia per i cosiddetti “valori tradizionali”, con un rinnovato accento su ruoli di genere rigidi e norme sociali più severe. La regione della Croazia in cui è ambientato il film è diventata particolarmente simbolica per l’estrema destra croata, che spesso romanticizza la vita tradizionale prima della “oppressione jugoslava” per assecondare i propri interessi reazionari. La mia intenzione era di mettere profondamente in discussione quella narrazione, presentando uno sguardo critico, quasi viscerale. Volevo evidenziare come molte delle stesse questioni di fondo restino irrisolte, e come personaggi come Teresa e Milena potrebbero facilmente essere nostre contemporanee, alle prese con vincoli e pressioni simili. Lo stesso vale per Stanko, l’antagonista del film, il cui ruolo continua a risuonare nell’attuale clima sociopolitico.

La sua protagonista viene dal Cile, non solo da un altro Paese ma da un altro continente. Com’è nata questa idea?
C’erano alcune ragioni, e non tutte legate alla storia. Ho visto Manuela Martelli nel cortometraggio Valparaiso di Carlo Sironi, e mi è piaciuta molto. Inoltre, storicamente, molti croati emigrarono in Cile in quel periodo per ragioni economiche. Mi è sembrato interessante rovesciare quel viaggio: far arrivare qualcuno dall’altra parte del mondo. All’epoca, se qualcuno partiva per l’America o il Sudamerica, era praticamente perduto, non tornava più. Quindi l’arrivo di Teresa è sembrato quasi soprannaturale; viene da un’altra dimensione. Non parlava la lingua e, allora, la gente non aveva nemmeno mai sentito una lingua straniera. Nel periodo in cui scrivevo la sceneggiatura, la Croazia stava diventando per la prima volta nella sua storia una destinazione per immigrati, provenienti da Paesi culturalmente lontani da noi, come il Nepal e le Filippine. La xenofobia e la paura dell’ignoto presenti nella sceneggiatura, la crudeltà di persone che non avevano mai dovuto confrontarsi prima con la differenza, hanno cominciato all’improvviso a sembrarmi molto pertinenti.

Quali sono state le sfide maggiori nel ricreare l’ambientazione storica del film?
Il film è stato costoso da realizzare. Il Croatian Audiovisual Centre ci ha sostenuti, ma avevamo bisogno di coproduttori per portare il budget a un livello praticabile. La mia produttrice, Ankica Jurić Tilić, ha passato cinque o sei anni a cercare finanziamenti europei. Nell’attesa, ho svolto molte ricerche in musei e istituti etnografici e, soprattutto, sul territorio. Ogni estate viaggiavo nella zona, visitando le montagne della Dinara e della Svilaja, nella Croazia meridionale, appena nell'entroterra dalla costa. Ho parlato con gli abitanti, per lo più anziani, che hanno condiviso ricordi delle loro infanzie, che non erano cambiate granché dall’inizio del XX secolo fino agli anni Settanta. Questi racconti di prima mano hanno plasmato molti elementi del film: la struttura sociale, la vita quotidiana, i dettagli più minuti.

Nelle sue note di regia scrive di voler esplorare la solidarietà umana all’interno di sistemi di valori rigidi costruiti su un febbrile desiderio di appartenenza o di possesso. È vero che la solidarietà è possibile solo in assenza di quel desiderio?
Mi sembra che il desiderio di appartenere spesso si regga sul tracciare confini, confini che escludono l’altro, e questa esclusione porta a una mancanza di empatia e talvolta all’odio verso l’altro. Allo stesso modo, l’impulso al possesso – di persone, status o identità – finisce per minare la possibilità di una solidarietà autentica. Il finale del film afferma la solidarietà femminile; volevo che le due donne si riconoscessero e capissero che possono rivolgersi l'una all'altra e aiutarsi a vicenda laddove Dio non lo farà. Non hanno bisogno di essere salvate.

Entrambi i suoi film ritraggono unità sociali chiuse e oppressive. Quanto di tutto ciò proviene dalla sua esperienza personale o da ciò che osserva nella società croata?
Molto. Porto dentro di me la mentalità della Croazia meridionale, dove le persone non si lasciano davvero vivere liberamente. Anche il titolo di Quit Staring at My Plate rimanda a questo: gente che si intromette sempre, sempre pronta a giudicare. In Croazia la gente è molto giudicante e vive nella costante paura di tutto ciò che è diverso. Stanko, per esempio, è un personaggio che rappresenta questa voce della comunità, questo giudizio collettivo. I miei film inevitabilmente riflettono questa realtà.

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(Tradotto dall'inglese)

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