Elsa Kremser e Levin Peter • Registi di White Snail
"Queste due persone non hanno mai avuto il privilegio di essere davvero comprese, ed è per questo che devono incontrarsi"
- I registi austriaci ci parlano del loro film che affronta il tema dell'isolamento urbano e della salute mentale precaria, interpretato dai protagonisti reali delle storie vere su cui è basato

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recensione
intervista: Elsa Kremser e Levin Peter
scheda film] Elsa Kremser e Levin Peter in occasione del Festival di Locarno, dove il film è selezionato in concorso. Il lungometraggio affronta i temi dell’isolamento urbano e della fragilità della salute mentale ed è basato su storie vere interpretate da due attori non professionisti, che sono anche i protagonisti reali di questi racconti.
Cineuropa: I vostri personaggi Masha e Misha hanno personalità e storie molto coinvolgenti. Come li avete trovati e cosa è stato necessario per definire i loro personaggi?
Elsa Kremser: Ho conosciuto Misha dieci anni fa durante un viaggio a un festival, dove mi è stato presentato per caso. Lavorava in un obitorio alla periferia di Minsk e me lo ha fatto visitare. Per la prima volta in vita mia ho visto un cadavere – una vittima di suicidio – ed è stato molto forte. Poco dopo mi ha mostrato il suo appartamento, abbastanza vicino ai luoghi che si vedono nel film, e c’erano molti dei suoi incredibili dipinti. Ce n’era uno che ha catturato la mia attenzione, così gli ho chiesto spiegazioni. Era il volto di una donna giovane che sembrava in qualche modo morta, ma allo stesso tempo viva, con gli occhi vigili. Gli ho chiesto la storia dietro quel dipinto in particolare e lui mi ha raccontato di una ragazza che lo aveva contattato sui social. Era sopravvissuta a un tentativo di suicidio e si era rivolta a lui dicendo che, in qualche modo, i suoi quadri l’avevano tenuta in vita. Cercavamo da sempre una chiave, una porta d’accesso per includere l’arte visiva di Misha nel film, e Masha incarnava perfettamente quel collegamento.
Quali sono state le sfide e i vantaggi di scegliere attori esordienti?
Levin Peter: È stato sicuramente una sfida, ma anche un vantaggio. Entrambi hanno portato moltissimo sul set, perché le storie erano basate sulle loro vite, sulle loro emozioni. Pensavamo di dover creare una vera tensione perché non sono attori. Non si erano mai visti prima del primo giorno in cui hanno girato insieme. Questo è stato davvero utile: sapevano da anni che qualcuno sarebbe stato il loro compagno nel film, quindi chiedevano continuamente l’uno dell’altra. Si domandavano come fosse l’altro, c’era molta attesa, fiducia e immaginazione. Così, quando finalmente si sono incontrati, la stanza era piena di energia. La chimica non era sempre quella giusta, a volte le cose andavano nella direzione sbagliata e dovevamo riportarli in carreggiata, ma c’era sempre intensità, mai vuoto o noia.
I colori sono molto vibranti nel vostro film. Potete parlarci delle scelte in termini di palette e dell’impianto visivo complessivo?
E.K.: È sempre stato fondamentale catturare l’atmosfera di Minsk, in particolare il modo in cui la luce notturna modella la città. Pochi immaginano che una città post-sovietica possa essere così vibrante, con ogni singolo angolo illuminato, ma per noi questa luminosità è diventata una metafora del Paese stesso.
L.P.: Il film è ambientato d’estate, motivo per cui spesso abbiamo richiamato alla mente la nostra stessa gioventù in quella stagione, quando le notti sembrano infinite, i ritmi cambiano e gli incontri possono dare l’idea di durare vite intere, anche se si esauriscono nel giro di pochi mesi. Quel sentimento agrodolce trova la sua espressione migliore nelle tonalità blu e nel caldo giallo delle notti estive, che abbiamo scelto come palette principale del film insieme al nostro DOP, Mikhail Khursevich.
Che ruolo gioca la Bielorussia come ambientazione del vostro film?
E.K.: Il motivo principale della scelta della Bielorussia era legato al nostro incontro con Misha, ma in questi dieci anni la storia del Paese è inevitabilmente cambiata. Abbiamo sempre sentito la necessità di mostrare le vite delle persone che vivono lì e di offrire uno sguardo su un Paese di cui non vediamo molte immagini, al di là di quelle dei telegiornali. Attraverso Mascha e Mischa volevamo osservare da vicino le difficoltà psicologiche della vita in Bielorussia, mostrare quanto profondamente avvertano l’isolamento del Paese e quanto sia difficile per loro connettersi con il mondo esterno. Queste erano le domande che ci muovevano e che ci hanno motivato ad affrontare la sfida di realizzare questo film.
Quando avete iniziato a scrivere, lo immaginavate più come una storia d’amore o come un film a forte contenuto sociale? Non avete calcato troppo la mano sulla componente romantica…
L.P.: Il film inizia con due persone che non hanno mai avuto il privilegio di essere davvero capite: non si sono mai sentite apprezzate, abbracciate o accettate, ed è per questo che devono incontrarsi. Ecco perché, nel cuore della notte, lei bussa alla sua porta: in fondo sa che non si tratta di vedere un cadavere, ma di incontrare qualcuno che comprende questo luogo e che potrebbe condividere la sua particolare, persino anormale, visione della vita e della morte. Uso la parola “privilegio” di proposito, perché lo è davvero, considerando che per alcune persone può volerci una vita intera per rendersi conto di essere abbastanza così come sono. Alcune potrebbero non arrivarci mai. Può sembrare una piccola cosa, ma in realtà è enorme. È anche qualcosa che può accadere attraverso l’amicizia, l’amore, persino l’odio, perché talvolta essere odiati può darti il senso che la tua esistenza conta. Con questo in mente, per noi non importava davvero che fosse amore o no. Ecco perché non abbiamo mai visto il film come una semplice storia romantica: ciò che volevamo ottenere era mostrare due persone che vivono il raro privilegio di essere viste.
(Tradotto dall'inglese)
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