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LOCARNO 2025 Concorso

Fabrice Aragno |• Regista di Le Lac

"Quello che ho imparato da Godard è affidarsi al momento e lasciare che le cose seguano il loro corso"

di 

- Il regista svizzero analizza l'influenza dei pittori e come il suo approccio spontaneo rifletta l'ambiente crudo e imprevedibile in cui è stato realizzato il suo film

Fabrice Aragno |• Regista di Le Lac
(© Locarno Film Festival/Ti-Press)

Il cineasta svizzero Fabrice Aragno ha presentato in anteprima la sua ultima opera, Le Lac, nel concorso principale del Festival di Locarno. Le Lac esplora il potere simbolico del lago di Ginevra, fondendo l’estetica pittorica con il racconto cinematografico per evocare emozioni invisibili. Cineuropa ha parlato con Aragno del processo di realizzazione del film, della sua scelta di cogliere la cruda imprevedibilità dell’ambiente e della profonda influenza di Jean-Luc Godard sia sul progetto sia sul suo approccio alla regia.

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Cineuropa: In Le Lac sfuma il confine tra finzione e documentario. Era intenzionale?
Fabrice Aragno:
Non avevo un’intenzione specifica per questo progetto. Cerco soltanto di restare fedele alla mia sensibilità, come ho fatto lavorando con Jean-Luc Godard o nei miei film precedenti. Si tratta sempre di esprimere le cose a modo mio. All’inizio mi era stato chiesto di realizzare un pezzo per un museo su un pittore che dipinge il lago di Ginevra. Molti artisti celebri, come Gustave Courbet, J.M.W. Turner e persino Albrecht Dürer, hanno dipinto il lago. Dürer lo ha persino raffigurato in Melencolia I, e questa idea mi ha affascinato. Quando mi è stato chiesto di fare qualcosa di cinematografico, ho capito che potevo usare il lago come un quadro. Molti film di Godard sono stati girati nei suoi dintorni, ma solo dalla riva. Ciò che mi ha colpito è come questi pittori abbiano usato il lago per esprimere emozioni invisibili, sentimenti interiori difficili da trasmettere. Le hanno rese visibili attraverso la loro arte. Il lago, con la sua verità di luce, di meteo e di istanti mutevoli, è diventato un simbolo di tutto questo. Ma il film non riguardava solo il lago; volevo portare dentro dei personaggi, come farebbe un pittore – persone che diventano parte dell’immagine. È un po’ come il quadro romantico di Caspar Friedrich con un uomo in piedi su una montagna che osserva un paesaggio sconfinato. Il personaggio nel dipinto collega lo spettatore alle emozioni che vi sono trasmesse. Il mio obiettivo era collocare delle persone dentro questo paesaggio, fonderle con esso. All’inizio il progetto è nato come un impulso, il desiderio di tuffarsi nel quadro, di vivere i colori e i movimenti del lago in modo viscerale.

Come avete affrontato gli aspetti tecnici delle riprese su una piccola barca?
Avevamo una troupe ridotta: due direttori della fotografia, uno con un assistente per la messa a fuoco, e io mi occupavo del suono. Avevamo microfoni nuovi, che hanno migliorato la qualità della produzione. Il meteo, la luce e il suono imprevedibili hanno reso tutto più emozionante. Un giorno abbiamo girato una scena senza sapere cosa avrebbe portato il tempo, il che ha generato una sensazione surreale, spontanea. Si trattava di catturare quei momenti sottili di luce, ombra e presenza.

Come ha influito l’esperienza delle riprese sul tono emotivo del film?
L’esperienza di stare sulla barca, circondati da un meteo imprevedibile e da una luce in continuo mutamento, ha inciso profondamente sul tono emotivo. Non si trattava tanto di costruire una narrazione controllata quanto di reagire a ciò che stava accadendo nell’istante. L’ambiente è diventato un protagonista attivo, influenzando il flusso emotivo del film. Eravamo costantemente immersi nel presente, lasciando semplicemente che i momenti si svolgessero.

Quanto tempo è durato lo sviluppo del progetto?
Ho iniziato a lavorarci nel 2016, mentre collaboravo anche con Godard a Le Livre d'image nel 2018. Nel 2019 ho realizzato il cortometraggio Lakeside Suite e l’ho presentato all’IFFR. Dopo alcuni rifiuti, ho abbandonato la sceneggiatura tradizionale per un “non copione”, più simile a un collage di idee, e l’ho presentato alla Cinéfondation di Cannes. Il processo è stato inoltre segnato dal Covid e dalla scomparsa di Godard nel 2022.

E quando ha preso slancio?
Ho iniziato a lavorare con gli attori nel 2023, ed è allora che si è svolta la vera regata di cinque giorni. La gara è un evento reale con due persone su una barca, e non ci si può fermare senza assistenza. Dopo due giorni di gara, ci si sente esausti, il corpo prende il sopravvento, acuendo i sensi. Non si è più un personaggio, solo un essere umano, un uomo o una donna animale. È una sensazione cruda e autentica.

Era con Godard nei suoi ultimi giorni. In che modo questo ha influenzato il suo lavoro?
Sono rimasto con lui fino alla fine. Se n’è andato alle sue condizioni, e in quei momenti finali era ancora concentrato sul cinema. Mi ha spiegato la sceneggiatura del suo ultimo film come se fosse un altro progetto. È stato intimo e mi ha fatto ripensare tutto, soprattutto il mio film. Dopo la sua scomparsa ho deciso di abbandonare il mio vecchio copione e di lavorare con gli appunti, che mi sembravano più in linea con il progetto. Da lui ho imparato a fidarmi del momento e a lasciare che le cose accadano, invece di controllarle. Questo approccio ha plasmato il mio stesso modo di fare cinema.

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(Tradotto dall'inglese)

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