Teona Strugar Mitevska • Regista di Teresa - La madre degli ultimi
"Ho sempre voluto fare di Madre Teresa un'icona punk"
- VENEZIA 2025: Abbiamo parlato con la regista belgo-macedone del suo nuovo film, un anti-biopic su Madre Teresa

Teona Strugar Mitevska torna alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, dove nel 2022 presentò il suo sesto lungometraggio, L’appuntamento [+leggi anche:
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intervista: Teona Strugar Mitevska
scheda film]. Dopo aver creato una serie di personaggi originali nei suoi film precedenti, questa volta attinge l’ispirazione da una figura storica conosciuta da tutti: Madre Teresa. Ma, come ci si poteva aspettare da questa cineasta dall’universo singolare, Teresa - La madre degli ultimi [+leggi anche:
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intervista: Teona Strugar Mitevska
scheda film] è lontanissimo dal biopic tradizionale e delinea il ritratto folgorante di un’icona non cristiana, bensì risolutamente punk. La seguiamo durante una settimana cruciale della sua vita, prima che fondasse le Missionarie della Carità. La regista ci parla di questo film che la perseguita da anni.
Cineuropa: Che cosa l’ha attirata nel personaggio di Madre Teresa?
Teona Strugar Mitevska: Come artista, si cerca sempre di immaginare qualcosa di più grande di sé: è per questo che si crea, per esplorare. Madre Teresa viene da Skopje, in Macedonia, come me. Ho imparato ad ammirare chi è, ciò che rappresenta, con tutta la sua complessità, le controversie che la circondano, la sua esuberanza, la sua tenacia. È un progetto su cui lavoro da anni: già 15 anni fa avevo realizzato un documentario su di lei. Ma ci è voluto tempo perché trovassi la fiducia in me stessa per assumermi la responsabilità di fare un film in inglese, su una figura così conosciuta, e al contempo fare il film che volevo fare io. È la tragedia di tante donne, questa mancanza di fiducia. Questo film mi rappresenta totalmente: me, il mio punto di vista sul cinema. E poi è importante mettere in primo piano personaggi femminili imperfetti. Siamo stufe delle sante, no?
Appunto, come ci si appropria di un personaggio che è un’icona del genere, che preesiste nell’immaginario collettivo?
Demistificandola, mostrando la persona dietro il mito. Molti degli aneddoti che si ritrovano nel film si basano su ciò che mi hanno raccontato le quattro suore del suo ordine che ho potuto incontrare mentre giravo il documentario. Questo personaggio è talmente ricco, ha talmente tante sfaccettature. È terribilmente umana.
Parla di demistificazione: è stato divertente giocare con la sua iconografia, una santa, un’icona cristiana in origine, che nel vostro film diventa punk?
Ho sempre voluto farne un’icona punk. Per me è una sorta di Robin Hood: ha preso ai ricchi per dare ai poveri. Aveva un vero coraggio, ed è anche per questo che abbiamo scelto Noomi Rapace per interpretarla, perché è profondamente punk. E devo dire che questo film è tra le cose più divertenti che abbia fatto nella mia vita. Ci eravamo detti fin dall’inizio che volevamo quella libertà punk. Le riprese sono state organizzate così. Eravamo come bambini, con la libertà di non curarcene, di non restare intrappolati nell’idea di ciò che dovrebbe essere una santa, di come dovrebbe apparire.
C’è una certa libertà rispetto all’immagine della santa, ma anche rispetto all’idea che ci si può fare di un’icona femminista, perfetta nei suoi impegni. Teresa è molto più ambigua.
Durante le nostre ricerche ci siamo imbattuti nella storia di quel prete dal quale Teresa è stata "allontanata": l’hanno persino esiliata a Darjeeling per un certo periodo. A un certo punto mi sono persino detta che quella fosse la nostra storia. Ne ammiro il carattere e, allo stesso tempo, sono perplessa, in particolare sul suo punto di vista sull’aborto. È il diritto più sacro delle donne, quello di disporre del proprio corpo, anche il più personale. Non potevo non parlare di aborto, da femminista di oggi. Ma parlarne significa anche cercare di capire che Teresa, 80 anni fa, faceva parte di un’istituzione cattolica, quindi sì, seguiva la dottrina. In generale si tende a evitare le controversie, ma io volevo affrontarle. L’idea è di comprendere Teresa, non di giustificarla.
Il film è ambientato 80 anni fa, ma è molto attuale: non è un film storico, non si preoccupa di mostrare Calcutta nel 1948, è un ritratto, attraverso lo sguardo di Teresa.
Oltre alla questione dell’aborto, trovo Teresa estremamente moderna, nella sua idea di creare un esercito di donne al servizio degli altri. Mi piace la sua ambizione: potrebbe essere la CEO di un’azienda, ma non un’azienda capitalista! Era evidente che non volevo fare un film storico. La sua lotta contro la povertà è ancora attualissima. Non è cambiato molto oggi, quando si va a Calcutta, o anche altrove. Fin dall’inizio mi chiedono se sia un biopic e io rispondo di no. Abbiamo concepito il film come un flusso di coscienza: siamo nella testa di Teresa, vediamo il mondo attraverso i suoi occhi. Dunque, un’inquadratura di Calcutta, come dice lei, significherebbe uscirne. Non ne ha bisogno!
Il film, a livello internazionale, si intitola Mother, è un soprannome, ma solleva anche la questione della maternità.
Teresa compie un sacrificio rinunciando alla maternità, entrando nell’ordine, "sposandosi" con Dio. Ma è prima di tutto la scelta di una donna ambiziosa. In realtà, le suore del suo ordine trovavano la loro libertà in questa scelta. Era un modo per non sposarsi, per non cucinare per un uomo. Ancora oggi, in alcune regioni del mondo, diventare religiosa, entrare in un ordine è ancora, paradossalmente, un modo per rifiutare di uniformarsi, per non essere "la moglie di", "la madre di". È una decisione radicale. Quando scopre la gravidanza di suor Agnieszka, c’è quasi della gelosia nella sua voce, e si capisce che mette in discussione le sue scelte, che forse, nel profondo, esiste anche in lei un desiderio represso di maternità. Per noi, nello scrivere la sceneggiatura, era molto importante mostrare come arrivi al punto di non ritorno, starle accanto nel momento in cui prende la decisione finale di portare avanti la sua ambizione.
(Tradotto dal francese)
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