email print share on Facebook share on Twitter share on LinkedIn share on reddit pin on Pinterest

VENEZIA 2025 Orizzonti

Carolina Cavalli • Regista di Il rapimento di Arabella

“Mi piace l’ironia vicina all'assurdo perché rispecchia l’esistenza umana, incerta e contraddittoria”

di 

- VENEZIA 2025: Abbiamo parlato con la regista italiana di non luoghi, estetica camp e protagoniste che riflettono la confusione e il disorientamento d’oggi

Carolina Cavalli • Regista di Il rapimento di Arabella
(© 2022 Fabrizio de Gennaro per Cineuropa - fadege.it, @fadege.it)

Dopo il suo originale ed eccentrico esordio alla regia nel 2022 con Amanda [+leggi anche:
recensione
trailer
intervista: Benedetta Porcaroli
scheda film
]
- grande successo di critica, New York Times Critics' Pick nella settimana in cui è uscito negli Usa e nella top 15 dei migliori film del 2023 del Guardian - Carolina Cavalli torna alla Mostra di Venezia con Il rapimento di Arabella [+leggi anche:
recensione
intervista: Carolina Cavalli
scheda film
]
, in concorso in Orizzonti, e alle sale italiane dal 4 dicembre con PiperFilm. Con lei abbiamo parlato della relazione tra i due film, di non luoghi, estetica camp e protagoniste che riflettono la confusione e il disorientamento d’oggi.

Cineuropa: C’è una continuità tra Amanda e Il rapimento di Arabella?
Carolina Cavalli: Ho un rapporto ambivalente con Amanda, certe volte penso di esserne distante, poi vedo delle ragazze in metro o al parco e spero tantissimo che abbiano visto Amanda, in fondo vorrei ancora condividerlo. Credo ci siano delle similitudini di tono con il secondo film, perché è un tono che amo molto. Non ho mai immaginato che fosse lo stesso mondo, anche se entrambi non hanno veramente una collocazione geografica precisa, o un'epoca esplicita, ma a livello visivo probabilmente ci sono delle coincidenze.

Questi non-luoghi spaesanti sembrano essere una caratteristica del tuo cinema.
Penso che essere in una sorta di non-luogo crei una sospensione della realtà che mi dà molta libertà nel creare una mappa personale, che può essere utile alla storia. E quindi mi sento completamente libera di inventare dei personaggi e sintetizzarli in modo più emotivo e non per forza realistico. E lo stesso vale per il tempo e per lo spazio. Per il tempo c'è anche un'altra ragione: mi piace raccontare delle storie contemporanee ma ci sono tante dinamiche attuali che secondo me ci allontanano molto dalla bellezza cinematografica di una storia. E quindi anche questo non essere esattamente nell'attualità mi dà molta libertà.

Nel film è percorso da una ironia sottile e citazioni colte. A che tipo di pubblico ti rivolgi?
Per me il pubblico è importantissimo, ovviamente, però mentre scrivo cerco di pensarci il meno possibile quindi fondamentalmente non credo di scrivere per un pubblico specifico. Ma ho sempre molto chiaro il tipo di ironia che mi piace. Ironia che è abbastanza vicina all'assurdo perché penso che rispecchi profondamente l’esistenza umana, incerta e contraddittoria, e che rifletta bene la confusione e il disorientamento che molte persone provano. Penso anche che costringa a mettere in discussione ciò che di solito diamo per scontato. È un'ironia che non è mai distaccata, è sempre vulnerabile, non ti fa sentire intelligente ma sicuramente ti fa sentire umano.  C'è un aspetto in particolare del camp, inteso come stile, che mi piace molto e che lo rende sempre rispettoso e gentile, non ride delle cose ma è sempre sullo stesso piano delle cose e ride di sé stesso. Quello che a prima vista può sembrare eccessivo e di cattivo gusto, quando vai oltre alle apparenze è un linguaggio molto elegante. 

Parliamo della collaborazione con Benedetta Porcaroli, protagonista anche di Amanda, e di come avete costruito il personaggio.
Amanda e Holly sono personaggi estremamente diversi ma hanno delle caratteristiche in comune che Benedetta riesce a gestire in una maniera che comprendo benissimo e che amo molto: per esempio il modo di dire battute che sono apparentemente fuori luogo ma che sembrano naturalissime e hanno completamente senso all'interno della storia, quindi non ti accorgi mai di questa distanza. Oppure la possibilità di trasformare dei personaggi non immediatamente amabili e mostrarne i lati teneri. Non amo cambiare i dialoghi o certe scene, ma Benedetta ha avuto un grandissimo spazio di libertà nel costruire questo personaggio, ed è stato un lavoro molto sottile e preciso.

Perché ha voluto un attore statunitense, Chris Pine, nella parte dello scrittore e padre della piccola Arabella del titolo?
Per me è sempre importante pensare che ogni personaggio, anche il più piccolo, abbia una vita passata che l'ha portato fino a qui e avevo pensato a qualcuno che aveva avuto un grande successo precoce e poi l'aveva perso e si affannava a ritrovarlo. Questo affanno lo sposta fondamentalmente fuori dal mondo, soltanto dentro a sé stesso. Le sue priorità sono legate al ritrovare qualcosa che sente di aver perso. Avevo pensato a un personaggio che viene da un'altra parte del mondo, perché questo creava ancora di più un senso di solitudine e di spaesamento all'interno di quel mondo.

Ti è piaciuto questo articolo? Iscriviti alla nostra newsletter per ricevere altri articoli direttamente nella tua casella di posta.

Leggi anche

Privacy Policy