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VENEZIA 2025 Orizzonti

Gastón Solnicki • Regista di The Souffleur

“Penso che si debba puntare in alto, soprattutto quando si è giovani”

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- VENEZIA 2025: Il regista di A Little Love Package parla della sua nuova ode a Vienna e della collaborazione con Willem Dafoe

Gastón Solnicki • Regista di The Souffleur
(© Aleksander Kalka/La Biennale di Venezia/Foto ASAC)

Dopo trent'anni come direttore dell’Hotel Intercontinental di Vienna, Lucius (Willem Dafoe) scopre che l’edificio è stato venduto a un immobiliarista argentino, Facundo Ordoñez, intenzionato a demolirlo. Il regista argentino residente a Vienna Gastón Solnicki (A Little Love Package) interpreta nel suo nuovo film proprio Ordoñez, che incombe su Lucius, deciso a tutti i costi a preservare un mondo, un’epoca, un’era in via di estinzione. In occasione della prima di The Souffleur nella sezione Orizzonti di Venezia, Cineuropa ha incontrato Solnicki e ha cercato di districare i nodi del suo cinema intuitivo.

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Cineuropa: Ha detto che, invece di sviluppare le idee in una narrazione, le abbandona dopo che le hanno dato un impulso iniziale. Questo approccio intuitivo ed espansivo al racconto mi fa pensare alle pieghe di un tessuto: possiamo dire che cose e personaggi si piegano (in inglese "fold", ndr) nelle sue “narrazioni” non convenzionali?
Gastón Solnicki: Mi piace come suona! In effetti, cinema e tessuti hanno una lunga storia in comune: la macchina da cucire ha fornito un meccanismo per tenere insieme le pellicole. Mi piace anche pensarlo come tessuto cinematografico: le culture dell'America Latina usano i tessuti come mezzo di scrittura, per tenere traccia di uccelli, morti, raccolti e così via. "Foldare" (in italiano "passare", ndr) è anche una bella metafora perché nel poker – e io non sono un giocatore di poker, ma mio nonno lo era – è così che si dice quando non si punta. Credo che si debba puntare forte, soprattutto quando si è giovani. Dobbiamo essere davvero coraggiosi e impegnarci al massimo, per quanto possibile – ed è importante tenerlo a mente anche quando si improvvisa: quando hai una sceneggiatura a prova di bomba, dovresti essere in grado di foldare.

Può fare un esempio di questo tipo di “piegatura”, magari in relazione a The Souffleur?
Be’, si è costretti a “passare” continuamente! A volte impieghi una parte consistente delle tue risorse o del tuo tempo in qualcosa che potrebbe non funzionare, e devi semplicemente lasciarla andare. Willem [Dafoe] era molto propenso a lavorare con me in quel modo, ma a un certo punto mi ha detto: “Gastí, non puoi davvero aspettarti che io tiri fuori un coniglio dal cilindro ogni giorno!”. E io: “Willem, cos’altro credi che sia il nostro lavoro?”. Sono molto aperto al caso, all’improvvisazione, e lo era anche lui! Anzi, per lui era la forma più alta di concentrazione, una prova di quanto creda negli artisti e nelle possibilità del loro mestiere. L’ho incontrato una volta, quando ero molto giovane a Buenos Aires, e mi aveva detto delle cose che solo ora hanno iniziato a tornarmi in mente. Dev’essermi rimasto impresso da studente sentirgli dire qualcosa come “Di queste idee non mi importa”. E nemmeno a me.

Forse sorprendentemente, il suo film non tratta l’Hotel Intercontinental come un personaggio principale. Ci sono molte scene nel parco vicino, sui campi da tennis, senza alcuna nozione di centro e periferia. Come è riuscito a ottenere concretamente questo equilibrio?
I miei film non propongono al pubblico una logica narrativa affinché possano essere compresi o accettati. Anzi, è il contrario: è il film a chiederti di unire i puntini a modo tuo. In questo senso, cerco sempre di comprendere quest’idea, per citare John Cage, che quello che stiamo facendo è cercare di capire quello che stiamo facendo, il che non è una metafora. Il montaggio è quando e dove avviene davvero la scrittura, almeno nei miei film. Dunque, cose e scene non vengono girate in un certo luogo perché assolvono a una funzione specifica, ma perché in qualche modo, tornando alla metafora del tessuto, possono produrre una sorta di epifania.

Cosa intende?
Cose che custodiscono in sé qualcosa di atemporale, qualunque forma assuma, narrativa o meno. Questo tipo di epifania può nascere dal colore o dal suono; può scaturire da elementi inattesi che, messi insieme nel modo giusto per loro, sembrano senza tempo. Sì, il film è ambientato a Vienna, ma non voglio che chi conosce Vienna pensi: “Oh, perché ora siamo nel Primo [distretto] se prima eravamo nel Quinto?”. Mi piace offrire al pubblico elementi su cui imbattersi e aiutarlo a stabilire i propri collegamenti, senza però ostacolarne il percorso.

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(Tradotto dall'inglese)

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