Roderick Warich • Regista di Funeral Casino Blues
“Sono sempre indeciso: voglio fare film horror e voglio fare Tokyo Story”
di Marta Bałaga
- VENEZIA 2025: Il regista tedesco svela il suo film ambientato a Bangkok, un thriller dalle tinte noir in cui l'amore è più forte della vita

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scheda film] di Roderick Warich si dirama in molte direzioni, proprio come la città di Bangkok. Di notte, la gente cerca di tirare avanti o di fuggire dai propri demoni. A volte, trova finalmente qualcuno che la capisce, come Jen e Wason (Jutamat Lamoon e Wason Dokkathum). Abbiamo parlato con il regista tedesco della sua selezione a Orizzonti a Venezia.
Cineuropa: Nel suo film, “gli stranieri” sono i cattivi. Sono senza nome e senza volto. Ma anche lei è uno straniero!
Roderick Warich: In Europa, al momento abbiamo molto “nichilismo da smoking”. Gli europei, soprattutto i ricchi, si guardano in modo grottesco – negli Stati Uniti, The White Lotus ne è un buon esempio. Si critica un certo stile di vita, ma allo stesso tempo lo si rappresenta mostrando le persone che lavorano nel settore dei servizi come semplici comparse. Questo mi fa arrabbiare.
Dobbiamo smettere di essere così eurocentrici, perché questo tipo di satira non ha mordente. Non do voce ai bianchi, per niente. Vediamo solo le loro nuche e le cambiamo. Pensavo a Cruising di William Friedkin: cambia sempre gli assassini. Quando questa ragazza ci guarda direttamente, dice: "Voi siete i colpevoli".
C’è qualcosa di inquietante nel fatto che tanta parte della comunicazione qui avvenga via testo. Verrebbe da pensare che sarebbe più spaventoso sentire qualcuno urlare, e invece no.
È così che funziona il capitalismo. Qualcuno decide qualcosa sulla tua vita, e tu lo leggi sul tuo fottuto telefono. Ci dà l’illusione di non essere soli e allo stesso tempo ci isola ancora di più. Non sono molto pro-Silicon Valley, mettiamola così. Questa strana sensazione di isolamento digitale, di non vivere più nel proprio corpo, l’ho vista in Personal Shopper [+leggi anche:
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scheda film] o in Ghost in the Shell negli anni Novanta.
Quando uscì Personal Shopper, molti faticarono a comprendere la sua combinazione di spiritualità e tecnologia. Anche lei ci gioca. Gioca con il soprannaturale.
Pensavo agli “attaccamenti” nel buddismo [il concetto di aggrapparsi a persone o oggetti]. Ma quando moriamo, dobbiamo farlo da soli. Questo film cambia, e quasi non te ne accorgi. Ogni capitolo è un genere molto specifico, anche se, quando lo dici, la gente si spaventa e dice che è invendibile [ride]. Volevo che il primo avesse il sapore di un hangout movie ispirato agli anni Settanta. È un po’ Robert Altman, un po’ New Wave taiwanese e Edward Yang. Volevo che fosse leggero e morbido, anche se la trama è molto scura. Più va avanti, più scopri cosa c’è sotto la superficie.
Dice che mescolare i generi è “invendibile”, ma qui c’è una storia d’amore sorprendentemente dolce. Queste due persone non devono fingere.
Ho sempre bisogno di una storia d’amore o di una storia di famiglia; mi serve un po’ di religione, tutto questo. È come cucinare un piatto e aver bisogno di alcuni ingredienti che possano sostenerti per tre anni. Ho pensato a quella storia romantica perché, per la mia generazione, è impossibile dimenticare Mulholland Drive o In the Mood for Love. Fanno parte del mio paesaggio cinematografico. Attraverso l’amore e la famiglia si arriva al nocciolo di chi siamo.
Allo stesso tempo, parlo di lavoro sessuale, dove devi indossare una maschera tutto il tempo. Diventi un’altra persona, per qualcun altro. Quando Jen si toglie quella maschera, è un momento importante. Probabilmente vede in Wason qualcosa che riconosce, un’energia che sa di famiglia.
Prende thriller e noir, e ci aggiunge dello slow cinema. Non temeva che le sarebbe costato qualche spettatore?
Sono sempre in bilico. Voglio fare film horror e voglio fare Viaggio a Tokyo. Ho visto troppi film da giovane e ora non credo davvero nelle parole dette come modo per esprimere i sentimenti. Penso a trasportare le emozioni attraverso l’atmosfera e la musica, e il linguaggio non verbale dei corpi. Se vuoi arrivare più in fretta, il genere è la via. Ma c’è una certa energia nello slow cinema in cui respiri la stessa aria dei personaggi. Cominci a pensare che siano reali.
Penso che abbiamo realizzato un film molto attento allo stile – più vibe cinema che slow cinema tipico. C’è una citazione diretta da un film di John Huston, da Il lungo addio e persino qualche musica un po’ da videogame, cose che possono far dire alla gente: “Oh, non è un film d’autore”. Tendiamo un amo al pubblico di Letterboxd, dicendo: “Benvenuti, ecco un po’ di nostalgia”. Ma poi passiamo davvero del tempo con queste persone.
(Tradotto dall'inglese)
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