Eugene Jarecki • Regista di The Six Billion Dollar Man
“Quando le persone che avevano fatto il lavoro sporco hanno iniziato a uscire allo scoperto, ci siamo ritrovati in un thriller hollywoodiano dal vivo”
- Il documentarista statunitense ci parla del suo ampio resoconto del caso Julian Assange, che è per molti versi un'osservazione della storia da un punto di vista europeo

Dopo Why We Fight del 2005 (sul complesso militare-industriale), Reagan (2011) e The King [+leggi anche:
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scheda film] (2017), per citare solo alcune delle sue opere spesso politicamente connotate, l’acclamato documentarista statunitense Eugene Jarecki presenta la coproduzione Stati Uniti-Germania The Six Billion Dollar Man [+leggi anche:
intervista: Eugene Jarecki
scheda film], un resoconto approfondito del caso Julian Assange presentato in anteprima a Cannes, che arriverà nelle sale britanniche e irlandesi il 19 dicembre, grazie a Charlotte Street Films e Watermelon Pictures.
Il film, prodotto dalla società con sede negli Stati Uniti e in Germania Charlotte Street Films, è sotto molti aspetti un’osservazione della vicenda da una prospettiva europea. “La mia squadra ha dovuto trasferirsi a Berlino per realizzare il film perché era troppo pericoloso farlo negli Stati Uniti”, spiega Jarecki. “Eravamo in possesso di prove e materiali che avrebbero potuto essere sequestrati dalle autorità statunitensi o britanniche, se avessimo lavorato in quei Paesi”.
Cineuropa: Nello stato attuale, The Six Billion Dollar Man sembra raccontare il caso Julian Assange come un episodio ormai concluso che va narrato perché merita un posto nella storia, eppure il film è attraversato da un’urgenza percepibile dall’inizio alla fine.
Eugene Jarecki: Penso che un film come questo, che spiega come questa scivolata lontano dalla democrazia sia diventata così ripida, non sembri nemmeno storia, ma piuttosto una postilla all’attualità. [...] Il progetto in realtà è iniziato cinque anni fa, quando Assange era ancora in carcere, e noi seguivamo una storia in rapidissima evoluzione, come se stessimo inseguendo un uragano – o quello che si è rivelato essere, di fatto, un thriller di spionaggio internazionale con più colpi di scena e più qualità da thriller-da-restare-incollati-alla-poltrona di qualsiasi film hollywoodiano che io abbia mai visto, a maggior ragione trattandosi di un documentario. Non era chiaro all’inizio che fosse questo ciò che stava accadendo. Siamo entrati in possesso di informazioni piuttosto sconcertanti sul caso Assange, in particolare sull’estrema misura a cui gli Stati Uniti erano arrivati per distruggere non solo Assange, ma anche il diritto, profondamente umano, del pubblico a sapere cosa sta succedendo nel nostro mondo. Così, quando abbiamo iniziato a vedere la realtà dietro le quinte di ciò che era successo, e quando le persone che avevano fatto il lavoro sporco di dare la caccia ad Assange e a WikiLeaks e di manipolare la comprensione pubblica della storia hanno cominciato a uscire dall’ombra per parlarci, ci siamo ritrovati all’improvviso in un thriller hollywoodiano dal vivo.
Quando Edward Snowden fece le sue rivelazioni, era consapevole del rischio che, più che ciò che aveva da dire, lui potesse diventare la storia. Sembra che sia quello che è successo ad Assange: la natura sproporzionata delle manovre dispiegate contro di lui è piuttosto vertiginosa.
Il mio obiettivo era fare un film sulle tante persone coinvolte in questo thriller di spionaggio internazionale. Assange, in un certo senso, è quasi un non personaggio; è come un avatar sullo sfondo. Quando pensi ai film della Pantera Rosa, in realtà non vedi mai la Pantera Rosa... Julian Assange è come un diamante nero che aleggia sullo sfondo di questa storia, e tutti sono impegnati in macchinazioni intorno a lui. [...] In parte evito di trafficare con il sensazionalismo delle personalità perché quello è solo panem et circenses che questo impero ci propina, per distrarci dalle vere forze che plasmano le nostre vite e dalle vere questioni di cui dovremmo parlare: la guerra, il cambiamento climatico, la povertà, il futuro della tecnologia, l’incredibile potere che pochi eletti detengono sulle masse di questa Terra, e il fatto che ciò è inconciliabile con qualsiasi fede nella democrazia e non ci permetterà di sopravvivere come specie, per non parlare delle milioni di specie che trascineremo giù con noi.
Lo spettatore attento tende a sentirsi piuttosto impotente, vedendo come i grandi sforzi per informare le persone siano stati di fatto soffocati con successo. Sembra un po’ che sia stato tutto vano.
Henry Kissinger chiese una volta a Zhou Enlai cosa pensasse della rivoluzione, e Zhou Enlai rispose: “È troppo presto per dirlo”. Dunque, mentre assistiamo in tempo reale allo svolgersi degli eventi storici, può darsi che non vediamo i cambiamenti che stanno avvenendo intorno a noi e dentro di noi [...], ma solo perché non li vedi nel tuo feed non significa che non stiano accadendo. Il coraggio di Edward Snowden di lasciare che la sua bussola morale fosse più forte della paura che poteva provare, e i rischi che Julian Assange e Chelsea Manning hanno corso per informare il pubblico [su come] istituzioni invischiate in un turbocapitalismo predatorio compromettono il bene pubblico per il tornaconto privato: questo è il genere di cose che, nell’immediato, può perfino avere un effetto inverso, perché potrebbe esserci una repressione più dura a causa di ciò che hanno fatto, ma nel lungo periodo hanno segnato un gol incredibile contro i potenti e contro la tecnica usata dai potenti per tenerci tutti nell’ignoranza. Se queste azioni non fossero efficaci, il governo non si sarebbe accanito contro di loro nel modo in cui ha fatto.
(Tradotto dall'inglese)
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