Erik Bernasconi • Regista di Becaària
“Ciò che mi ha colpito di più sia stato quel lieve mal di vivere dell’adolescenza”
- Il regista svizzero ci parla del suo ultimo lungometraggio, della bellezza misteriosa dell’adolescenza e dell’importanza di difendere il cinema svizzero di lingua italiana

Abbiamo discusso con il regista svizzero Erik Bernasconi che ha presentato Becaària [+leggi anche:
recensione
intervista: Erik Bernasconi
scheda film] alle Giornate di Soletta dove ha vinto il Prix du public. Ambientato nel Ticino degli anni 70, Il film racconta le peripezie di un giovane ragazzo alla ricerca della propria identità.
Cineuropa: Dove nasce la storia raccontata nel film? Perché ambientarla in Ticino?
Erik Bernasconi: Il film è tratto dal primo romanzo, pubblicato nel 2010, dello scrittore ticinese Giorgio Genetelli, chi ho incontrato per la prima volta sul set di un film dove io ero aiuto regista e lui faceva la comparsa. Ci siamo poi rivisti a Verscio, sempre nel 2010, durante una proiezione del mio primo film Sinestesia. Dopo il film si è presentato e mi ha detto che aveva appena pubblicato un romanzo e che gli sarebbe piaciuto che mi occupassi dell’adattamento cinematografico. L’ho letto e mi è piaciuto moltissimo. È un’avventura durata quindici anni in cui il progetto è rimasto lì, come un filo che non si è mai spezzato, fino a quando è stato possibile portarlo a termine.
Cosa ti ha spinto davvero a voler raccontare questa storia? Oltre al fatto che il romanzo ti piacesse, c’è stato qualcosa che ti ha toccato in modo particolare?
Sì, sicuramente il romanzo mi ha parlato a un livello personale. Non direi che il film è autobiografico in senso stretto: non lo è. Però c’è una vicinanza generazionale. Io sono del 1973, il personaggio principale è nato nel 1960 quindi ci separa poco più di una mezza generazione. Credo che ciò che mi ha colpito di più sia stato quel lieve mal di vivere dell’adolescenza, che nel romanzo è molto presente. Un mal di vivere che può essere doloroso, certo, ma anche bellissimo, non solo drammatico. È qualcosa che molti attraversano e che resta dentro. Questo sentimento mi ha toccato profondamente e ho cercato di mantenerlo vivo nella trasposizione cinematografica. Il film prende dal romanzo la sua anima profonda, ma naturalmente introduce anche dei cambiamenti narrativi: non è una trasposizione letterale, bensì un adattamento che cerca di tradurre quelle sensazioni in immagini.
Potrebbe parlarci dell’attore principale, Francesco Tozzi? Come l’ha trovato e come ha lavorato con lui?
Francesco aderisce abbastanza bene all’immagine vaga che mi ero fatto del personaggio. Però il processo è stato molto classico: abbiamo fatto dei casting e ho scelto la persona che mi sembrava più giusta, più adatta, più forte per il ruolo. La cosa curiosa è che quando ho mostrato la foto dell’attore scelto a Giorgio Genetelli, mi ha detto: “È così che me lo sono sempre immaginato.” In questo senso, fisicamente, avevamo la stessa visione. Probabilmente il romanzo, pur non essendo autobiografico, è molto vicino al suo ambiente e forse anche Giorgio, a quell’età, non era così diverso da Francesco.
Visivamente il film è molto forte: la natura, i paesaggi, ma anche una certa estetica che mescola poesia e cultura pop. Condivide questo punto di vista?
Assolutamente sì, e mi fa molto piacere sentirlo dire. Questo lato un po’ pop, leggermente “ingenuo”, era qualcosa che mi interessava molto, così come una certa ironia legata ai personaggi ticinesi. Volevo evitare uno sguardo folkloristico o caricaturale, ma allo stesso tempo non volevo rinunciare a una dimensione leggera, affettuosa, a tratti comica.
Il film parla di un adolescente in cerca del proprio posto nel mondo, ma senza il classico passaggio verso la grande città. Anzi, il personaggio finisce in un paesino, quasi in una periferia della periferia. Perché questa scelta?
Sì, mi interessava proprio questo paradosso. Spesso in questo tipo di storie il percorso di crescita passa attraverso la città, la fuga, il centro. Qui invece il personaggio scopre il mondo andando ancora più in periferia. Non è solo una questione ticinese: è il percorso delle persone che vivono in periferia in senso più ampio. Chi è cresciuto in periferia riconosce questo movimento strano, quasi controintuitivo. Mi interessava che le novità della società e del mondo arrivassero proprio da lì, da un luogo che apparentemente sembra immobile.
Cosa significa per lei essere un regista ticinese che lavora in Ticino?
È una bella domanda. Alla fine di ogni film me la pongo sempre. Ho 53 anni, quindi non sono più giovanissimo, ma spero di avere ancora una carriera davanti. Ogni volta che finisci un film, non è che riparti da zero, ma quasi: ogni progetto va ricostruito, finanziato, difeso. In Ticino è molto difficile produrre film, e a volte mi chiedo se non sarebbe più semplice andare altrove, anche solo in un’altra regione della Svizzera. Però ci sono due verità. La prima è che sento un po’ il dovere di mantenere viva un’espressione del cinema svizzero in lingua italiana. La seconda è che le storie che mi vengono in mente, almeno per ora, hanno senso raccontate qui. È vero che questa storia non è esclusivamente ticinese: avrebbe potuto essere ambientata anche altrove, nel Jura per esempio. Ma sarebbe stato un altro film. Quel tono, quel sapore, mi venivano naturali in Ticino, anche perché il romanzo da cui è tratto è ambientato qui.
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