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ITALIA

Simone Manetti • Regista di Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

“Il nostro compito era mettere tutte le carte sul tavolo, ma anche fare un racconto che suscitasse emozioni”

di 

- Il regista ci parla del suo documentario dedicato al giovane ricercatore italiano ucciso in Egitto nel 2016, basato su atti processuali, found footage e sul racconto dei genitori

Simone Manetti • Regista di Giulio Regeni - Tutto il male del mondo

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, ricostruisce la drammatica vicenda del giovane ricercatore italiano rapito, torturato e ucciso in Egitto tra il 25 gennaio e il 3 febbraio 2016. L’uscita evento del film, dal 2 al 4 febbraio nei cinema con Fandango, è stata preceduta da un’anteprima a Fiumicello Villa Vicentina, dove Giulio era cresciuto, in occasione del decimo anno dalla scomparsa. “Riportare in qualche modo Giulio a casa e farlo vedere alle persone che da dieci anni lottano tutti i giorni per la verità è stato qualcosa di straordinario”, ci ha detto il regista che abbiamo raggiunto al telefono, “tutto il lavoro fatto è stato ripagato anche solo da questa proiezione”.

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Cineuropa: Rimettere in fila tutti i fatti e lasciare che parlassero da soli. Era questa l’intenzione iniziale?
Simone Manetti: L'approccio che abbiamo avuto con i co-autori Emanuele Cava e Matteo Billi è stato quello di fare un passo indietro in modo da costruire un film non a tesi, come secondo me dovrebbe sempre essere il documentario, in modo da lasciare poi allo spettatore la possibilità di farsi un’idea. Il nostro compito era mettere tutte le carte sul tavolo, le carte oggettive e riscontrabili. Per questo abbiamo deciso di affidare gran parte della narrazione agli atti processuali. Chiaramente il nostro compito era anche di fare un'opera cinematografica, un racconto che oltre a spiegare suscitasse emozioni. Per riuscirci ci siamo affidati sia al materiale di repertorio – quello giudiziario e quello contestuale legato alla vicenda – sia a un uso di found footage, ovvero archivi girati per altri scopi da altre persone che noi abbiamo impiegato nella narrazione per far sì che lo spettatore si possa ritrovare nelle strade del Cairo, nei mercati, in metropolitana, in tutti i luoghi che Giulio ha vissuto.

Il filmato dell’uomo che lo voleva incastrare, quello in cui vediamo Giulio ancora in vita poco tempo prima del sequestro, è inequivocabile.
Quello è stato il punto di svolta delle indagini, perché lì dentro c'era una spiegazione di quello che stava succedendo. Anche per quanto riguarda l'estetica del film, sono voluto partire da quel filmato: è quell'estetica sporca, spiata e confusa che ha dato l'idea visiva a tutto il film. Le immagini del tradimento di Giulio dovevano essere il centro attorno al quale costruire l'immaginario del film. Volevamo fare qualcosa che si sentisse sulla pelle, e immergere lo spettatore in quel linguaggio mi sembrava l'unico modo per farlo. Qualsiasi ripresa ex novo relativa a un tempo così passato sarebbe parsa stonata, per questo ci siamo affidati esclusivamente al repertorio di quegli anni.

Pensavamo di sapere tutto sul caso Regeni e invece i fatti, rimessi in fila, sono tali da lasciare ancora a bocca aperta.
Anche noi credevamo di conoscere a fondo la storia di Giulio, perché l'abbiamo sempre seguita, perché per fortuna se n'è parlato tanto: la scorta mediatica che i genitori Paola e Claudio Regeni hanno avuto in questi anni ha funzionato. Ma una volta che ci siamo messi a studiare le carte, per capire come raccontarla al pubblico, ci siamo resi conto che tantissimi dettagli importanti o ce li eravamo dimenticati o non li conoscevamo proprio: è una storia che, a volerla immaginare, è fin troppo complicata. È il classico caso in cui la verità supera la fantasia, perché tra depistaggi, false testimonianze, ostruzionismo, muri, dichiarazioni, c'è veramente di tutto.

Per la prima volta, ascoltiamo i genitori di Giulio raccontare la vicenda in prima persona.
Ci siamo concentrati su di loro perché a nostro avviso erano le uniche persone titolate a parlare di Giulio come persona. Il resto del film parla alla collettività e noi ci siamo semplicemente allineati a quella che ormai da anni è la loro battaglia. Loro hanno avuto il coraggio e la forza di smettere di essere genitori e di trasformarsi in cittadini. La battaglia che stanno conducendo non è solo per Giulio, è una battaglia, come dicono loro, per tutti i Giuli e le Giulie del mondo e perché i diritti fondamentali dell'uomo vengano rispettati.

Come si colloca questo lavoro all’interno della sua filmografia?
Io lo considero un prosieguo di quella linea che avevo intrapreso all’inizio, con Ciao amore, vado a combattere [+leggi anche:
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e Sono innamorato di Pippa Bacca [+leggi anche:
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, che erano documentari più cinematografici. In seguito ho realizzato anche progetti più mainstream per piattaforme o canali tv. Ma questo, a livello emotivo e personale, lo sento un po' come un terzo film, perché Giulio Regeni è un altro ritratto di una figura eccezionale.

Sta già lavorando ad altro? Un film di finzione è nei suoi progetti?
In questo momento, con gli stessi autori, stiamo per partire con una docu-serie per un player importante; ne stiamo anche sviluppando un’altra. Per un film di finzione, potrebbe esserci presto l'occasione, speriamo, ma sarà sempre tratto da una storia vera. Venendo dal documentario sento l'esigenza assoluta di trovare storie che provengano dal reale.

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