Leyla Bouzid • Regista di À voix basse
"Volevo che il film ci portasse dall'indagine alla ricerca, e da una ricerca esteriore a una personale"
- BERLINALE 2026: La regista tunisina decifra i segreti rivelati nel suo nuovo film, un'esplorazione profondamente personale innescata da un lutto in famiglia

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scheda film] (Semaine de la Critique a Cannes nel 2021).
Cineuropa: Da dove nasce l’idea di questo film a Sousse, in Tunisia? C’è una parte autobiografica?
Leyla Bouzid: Tutto è iniziato con il desiderio di filmare la casa di mia nonna materna dove ho trascorso tutte le mie estati da piccola. Quella casa mi è sempre sembrata estremamente cinematografica, dotata di un’anima, e mi ero sempre detta che un giorno ci avrei girato un film. Quando mia nonna è morta nel 2017, questo desiderio si è intensificato perché la casa sarebbe probabilmente stata venduta e con ogni probabilità demolita. All’origine c’era anche la figura della nonna e di questo zio la cui vita è stata un po’ sprecata, sacrificata. Il film è in parte ispirato a storie di famiglia, ma è comunque romanzato. La struttura della famiglia assomiglia alla mia, ma poi i personaggi si sono evoluti e ho inventato una storia.
Quale filo conduttore ha privilegiato?
Innanzitutto, c'è l'idea che il film sia strutturato attorno ai vari momenti, altamente ritualizzati, della morte, a cominciare dalla partenza del corpo, un'esperienza tipicamente riservata alle donne, poiché gli uomini vanno al cimitero mentre le donne restano a casa. Volevo che Lilia arrivasse a questo evento e che, a poco a poco, scoprisse che c’è un mistero. E che il film ci facesse scivolare progressivamente dal perché lo zio è morto a quale sia stata la sua vita e in che modo questo andrà a illuminare o a dare una nuova direzione alla vita di Lilia: passare dall’indagine alla ricerca e dalla ricerca esteriore a quella personale, con questa idea di trasmissione, come se lo zio, la sua anima, il suo fantasma, nutrissero la traiettoria di Lilia.
Il tutto senza un’eccessiva drammatizzazione: siamo negli sguardi, nei non detti, in un’esplorazione progressiva.
Sì, volevo lavorare sul non detto, sul fatto che esista un segreto di famiglia che tutti conoscono ma di cui non si è mai parlato. E in realtà non si sa nemmeno bene come lo si sappia: si percepiscono le cose, ma non vengono mai formulate. Questa morte finalmente li spinge a parlarne, seppur un po' tardi, ma non è un momento eclatante. Questa trasmissione del segreto di famiglia, questo tabù, è interiorizzata nel profondo; Lilia, in ogni caso, l’ha interiorizzato a tal punto da ritenere di non poter parlare con sua madre e rivelarle chi è, pur avendo frainteso ciò che pensa sua madre e il fatto che il conflitto tra lei e il defunto fosse più complesso di quanto credesse. Al centro del film c'è la trasmissione di segreti familiari, tabù che avranno ripercussioni su tutti e che saranno cruciali per la definizione dell'identità di ciascuno, anche se non li pronunceranno mai ad alta voce.
Pur richiamando l’articolo 230 del Codice civile che criminalizza l’omosessualità in Tunisia, il suo film non è un film di denuncia.
Era molto importante affrontare questa criminalizzazione, ma un film non può essere un pamphlet politico. Ciò che mi interessa sono i personaggi, le interiorità, la complessità. La nonna, per esempio, è piuttosto occidentale, dato che è tunisina ma non sa leggere l’arabo. È tradizionalista, ma non mi interessava caricaturarla come un carnefice, anche se ha spinto suo figlio a sposarsi e a rientrare in un certo schema. Ciò che mi interessa è la complessità delle situazioni, come esse si interiorizzano all’interno dei personaggi e come questo porti a una lotta interiore per abbracciare la propria identità. Quanto a Lilia, l’ho costruita come un personaggio in esilio: traccia un confine molto netto tra la sua vita e la sua famiglia in Tunisia e quella che possiamo immaginare a Parigi. E quel confine è destinato a incrinarsi, perché non ci si può dividere in due.
Il film è incentrato sui personaggi femminili.
Questo gineceo è qualcosa di abbastanza naturale. La nonna, la zia, la madre e Lilia: tre generazioni di donne portano in sé questa storia familiare. Avevo voglia di filmare donne di una certa età perché al cinema si mostrano soprattutto donne giovani. Quanto alla coppia di donne formata da Lilia e Alice, ci sono pochissime, se non nessuna, rappresentazioni di coppie di donne che si amano nel mondo arabo, quindi una mancanza di identificazione, e per questo volevo filmare questo amore.
(Tradotto dal francese)
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