Kosara Mitić • Regista di 17
"È così che la violenza esiste nelle vite delle giovani donne: senza conseguenze, senza linguaggio"
di Olivia Popp
- BERLINALE 2026: La regista ci parla del suo primo lungometraggio che affronta la terribile banalità della violenza sessuale attingendo direttamente dai racconti degli adolescenti

Nell’arco di pochi giorni, la diciassettenne Sara (Eva Kostić) e la sua compagna di classe Lina (Martina Danilovska) si ritrovano a fare i conti con condizioni insopportabilmente difficili durante una gita in autobus in Grecia con la loro classe macedone. Kosara Mitić, con 17 [+leggi anche:
recensione
intervista: Kosara Mitić
scheda film], in anteprima mondiale alla Berlinale, sezione Perspectives, propone un’acuta esplorazione del trauma, della solidarietà e del silenzio radicati nell’esperienza della violenza sessuale.
Cineuropa: Lei descrive un ambiente in cui la violenza patriarcale è fortemente normalizzata, e le scene in cui gli studenti si comportano male durante la gita scolastica – le feste sfrenate e gli scontri con gli insegnanti, per esempio – risultano scioccanti. Ha esagerato certi aspetti per ottenere un effetto drammatico, o si tratta di una rappresentazione realistica di questo spazio sociale adolescenziale?
Kosara Mitić: L’adolescenza è il luogo in cui impariamo il silenzio. Gli adolescenti sperimentano la violenza per la prima volta in quella fase. Tutti dicono loro di non farne un grosso problema. Ambientare questa storia nell’adolescenza significa che il prezzo di quel silenzio è ancora più alto. Ciò che è interessante in Macedonia – e ovunque, credo – è che la violenza è molto ordinaria. È molto collettiva, e non detta. Questo per me era importante perché volevo mostrare come la violenza colpisca soprattutto le giovani donne. È così che la violenza esiste nella vita delle giovani donne: senza conseguenze, senza linguaggio. È molto normalizzata e molto ordinaria. Tutto in questo film è nato dalle interviste che ho condotto con i protagonisti, con i ragazzi che hanno partecipato a questi provini. Non sono attori, in quel senso: sono studenti adolescenti. Per loro è tutto molto reale.
Come si sono intrecciati i processi di casting e di ricerca?
Il periodo di ricerca è andato avanti per mesi. Avevamo ragazzi della scuola di teatro e d’arte, studenti di 16, 17 e 18 anni. Facevo interviste sulle loro vite personali. Mi raccontavano storie di violenza, di sesso e dei loro genitori – alcune erano incinte ma lo nascondevano. Ho sentito storie molto interessanti e sono rimasta stupita da come vivono oggi questi ragazzi. A quel punto, ho capito che ciò che stavo scrivendo era lo stesso che i ragazzi stavano vivendo, tranne che la loro realtà era in un certo senso ancora più pericolosa, perché non ne erano consapevoli. È tutto percepito come molto naturale, e viviamo in una società molto patriarcale. Non ne parlano nemmeno con i genitori, che non sanno nulla.
Lina dice qualcosa come: “Non dirlo a mia madre”. È costretta al silenzio.
Anche nelle proprie case, conducono vite segrete. Il film ritrae le conseguenze della negligenza sistematica nei confronti dei giovani, in particolare delle giovani donne. Le esperienze traumatiche sono invisibili perché il sistema è repressivo o indifferente. 17 mostra come il trauma si incancrenisca quando viene negato e come i corpi femminili vengano violati fisicamente ed emotivamente, e come il silenzio che li circonda diventi altrettanto violento.
Nel film, l’amicizia femminile tra Lina e Sara ha una duplicità, in cui la fiducia deve anche superare lo scetticismo che si è creato.
Questa solidarietà femminile non è romanticizzata, e non è perfetta. È molto ruvida e fragile, ma è reale. Lina entra nel mondo di Sara come la prima persona a vederla per ciò che è davvero, e non distoglie lo sguardo. Decide di restare fino alla fine. Così nasce il loro legame, fondato sui loro traumi individuali di questo [viaggio di classe], uno sotto forma di una gravidanza indesiderata e l’altro di violenza sessuale. Nelle società in cui le istituzioni falliscono, le connessioni interpersonali diventano un’ancora di salvezza.
Nel mettere in scena le diverse sequenze, su cosa si è concentrata in termini di performance e recitazione?
Fin dall’inizio ho deciso di non oggettivare l’esperienza di Sara, quindi la macchina da presa rimane vicino a lei, all’altezza degli occhi, e talvolta alle sue spalle. Questa soggettivazione crea un’intimità ma anche un limite, perché vediamo solo ciò che vede lei e sappiamo solo ciò che sa lei. Volevo che il pubblico si allineasse alla protagonista e al suo stato interiore. In termini di scene e di approccio con i ragazzi, siamo entrati a fondo nelle loro vite private: dalle emozioni alle esperienze. Anche nella scena della rissa, nelle scene di sesso e in quelle in cui le due ragazze litigano, ho dato loro totale libertà. Era importante estrarre da loro l’emozione pura – non dirigerli, ma prendere da loro. Abbiamo fatto molte prove ma, al momento delle riprese, erano da soli. Abbiamo girato soltanto per 20 giorni. Sapevano cosa stavano facendo perché vivevano i personaggi da mesi prima dell’inizio delle riprese, quindi è stato un processo molto facile.
Cosa l'ha portata alla lunghissima sequenza finale in bagno con Sara? Non vediamo poi così tanto, ma è comunque molto viscerale.
Volevo un finale che non offrisse una facile chiusura, perché la vita reale raramente lo fa. Il finale riguarda la trasformazione di Sara. Prende una decisione e attraversa una trasformazione totale, lontano da tutto. Credo che in un certo senso rispetti la complessità dell’esperienza e lasci spazio al pubblico per riflettere. La trasformazione sta nel fatto che si assume la responsabilità morale di ciò che è accaduto. Nessuno nel film lo fa. Nessuno si assume la responsabilità – né gli insegnanti, né i ragazzi, né i loro genitori. In quel momento, lei dice: “Adesso basta: posso farcela a prescindere”. Forse le succederà qualcosa, o forse no. Ma prende la decisione coraggiosa di scendere dall’autobus e questo è l’aspetto più importante.
(Tradotto dall'inglese)
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