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BERLINALE 2026 Panorama

Marcelo Martinessi • Regista di Narciso

“Oggi il cinema ha l’enorme possibilità di essere un ponte: raccontare ciò che è accaduto e aiutarci a riflettere per non ripeterlo”

di 

- BERLINALE 2026: Il regista paraguayano racconta come ha combinato fatti storici e finzione nel suo film, che esplora la società e l’autoritarismo nel Paraguay della fine degli anni Cinquanta

Marcelo Martinessi • Regista di Narciso
(© Sebastián Arestivo)

Abbiamo parlato con il regista paraguaiano Marcelo Martinessi, il cui secondo film, Narciso [+leggi anche:
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, è stato presentato nella sezione Panorama della Berlinale. Il film è tratto dall’omonimo libro di Guido Rodríguez Alcalá e racconta la storia di Narciso, un uomo che cerca di cambiare il modo in cui la gente guarda alla musica e alla vita nel Paraguay del 1959.

Cineuropa: Il film parte da fatti storici come la morte di Bernardo Aranda e il ‘Caso 108’. Che cosa ha mantenuto fedele alla realtà e dove si è preso libertà creative?
Marcelo Martinessi
: Il mio punto di partenza è stato un libro di finzione, che già stabiliva cosa prendere dalla realtà e cosa no. Pur avendo un intreccio molto interessante, ho dovuto apportare modifiche alla struttura e ad alcuni personaggi affinché funzionasse meglio nella mia trasposizione cinematografica. Per esempio, nel libro si accenna appena a Dracula, che nel film ha invece una forte presenza narrativa e drammatica. Ho inoltre deciso di dare un posto centrale alla radio, spazio al tempo stesso pubblico e privato, con molti ambienti ricchi per raccontare la storia.

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Ci sono due temi che attraversano la realtà, il libro e il film. Il primo è il tessuto sociale: non solo l’azione del dittatore, ma tutto un sistema di silenzi, complicità e interessi che dialoga anche con il presente. E dall’altro lato, è piuttosto forte l’impatto di tutte quelle notizie che si ascoltano alla radio, intrise di omofobia e discriminazione, e che sono realmente tratte dalla stampa della fine degli anni Cinquanta. Il resto degli elementi è, in qualche modo, rielaborato. Alla fine, non menzioniamo direttamente Alfredo Stroessner e lo chiamiamo El Rubio (un soprannome che non gli piaceva) per integrarlo nell’atmosfera del film.

Spesso, quando un artista decide di ritrarre un’epoca del passato, soprattutto se è un periodo duro, cerca anche di dire qualcosa sul presente. Era sua intenzione instaurare questo dialogo con l’attualità?
Credo sia molto evidente che ci troviamo in un momento in cui, in molti progetti politici, l’autoritarismo torna a farsi sentire con molta più forza. Personalmente, faccio pochissimi film: questo è il mio secondo lungometraggio dopo otto anni. Non farei un film che resti nel passato, non farei soltanto un documento storico. Certo, mi piace vedere documentari e leggere del passato, ma credo che oggi il cinema abbia l’enorme possibilità di essere un ponte: raccontare ciò che è accaduto e aiutarci a riflettere per non ripeterlo. Sento che in molti Paesi alcune conquiste sono a rischio, ed è importante capire che le forme sono cambiate. Non credo che oggi ci sia il modo di far sparire le persone gettandole dagli aerei, come accadeva prima, ai tempi della dittatura. Ma si fanno scomparire le persone facendole annegare in una sanità pubblica miserabile, in un’istruzione povera, tagliando tutti i programmi sociali. Si uccide la gente a poco a poco, la si fa scomparire come persone anche senza toglierle la vita.

Quali sono le sue speranze per il pubblico del Paraguay?
Una delle cose che mi è costata di più in questo processo è stata fare in modo che la storia non restasse confinata al Paraguay, che chiunque potesse coglierne l’universalità e la ragion d’essere. In Paraguay ho l’impressione che ci sia una grande aspettativa per ogni nuovo film, e c’è la possibilità di intendere il cinema come uno spazio in cui porci domande, non solo come un luogo di intrattenimento. Lì un cinema più riflessivo non è ancora comune, e con film come questo speriamo di iniziare a formare un altro tipo di pubblico.

Il film affronta molti temi come la politica, i diritti LGBTQ+ e la musica, e non rientra facilmente in un solo genere. Se dovesse descrivere Narciso a qualcuno che non lo conosce, come lo farebbe?
Ho iniziato il film come un noir paraguaiano senza utilizzare tutti i codici del genere. Invece di una “femme fatale”, Narciso è un “homme fatal” che conosciamo attraverso gli sguardi degli altri personaggi. Alcuni hanno definito il film un thriller claustrofobico, e questa descrizione mi piace. Sento che Las herederas [+leggi anche:
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, il mio film precedente, era molto ordinato, con un unico filo conduttore, molto facile da seguire. Ha funzionato molto bene per il pubblico e i festival e così i fondi ci hanno dato carta bianca per sperimentare. A differenza dell’Europa, che ha un’industria più grande, dal Paraguay potevamo proporre qualcosa di più disordinato e libero, e mi è parso necessario accogliere questa possibilità.

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(Tradotto dallo spagnolo)

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