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BERGAMO 2026

Gaya Jiji • Regista de L’étrangère

“Ho voluto affrontare l'immigrazione attraverso un melodramma, e dire che è l'amore che può diventare la nostra patria”

di 

- La regista siriana naturalizzata francese ci parla di ciò che sta dietro il suo secondo lungometraggio, di ciò che racconta e della sua protagonista Zar Amir

Gaya Jiji  • Regista de L’étrangère

In concorso al Bergamo Film Meeting e in uscita in Francia il 17 giugno, il secondo lungometraggio della regista siriana naturalizzata francese Gaya Jiji, L’étrangère [+leggi anche:
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, racconta di Selma, una donna fuggita dalla guerra in Siria, dove ha lasciando un figlio e il marito. Arrivata a Bordeaux, deve lavorare in nero mentre lotta per ottenere il diritto d’asilo e riabbracciare il figlio.

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Cineuropa: Oggi è sempre più difficile fare un film sull'immigrazione perché è il tema de secolo in Europa. Nel suo film Selma è un po' il paradigma di tutti i rifugiati, ma allo stesso tempo lei ha voluto mostrare la donna, con il suo diritto alla propria identità.
Gaya Jiji:
È vero che l'immigrazione è un argomento piuttosto scottante al momento. Ma quello che ho voluto davvero fare con questo film è affrontare la questione attraverso un melodramma, un dramma sentimentale, attraverso l'intimità. Mostrando un punto di vista molto diverso da quello che si vede di solito nei film sull'esilio. Volevo dire che è l'amore che diventa il territorio cercato, è l'amore che può diventare la nostra patria. E anche quando siamo esiliati, conserviamo sempre i nostri sentimenti, il nostro desiderio di essere innamorati.

Il titolo del film si riferisce proprio all’estraneità e al concetto di invisibilità. Perché la protagonista non solo è considerata invisibile dai francesi, ma anche dalla stessa comunità siriana.
Si, il personaggio di Selma è invisibile per una buona parte del film, come tutte le persone in esilio. All'inizio, Selma viene accolta da una famiglia siriana, ma a certe condizioni. Non è libera, non ha diritto di fare tutto quello che vuole e quindi si deve scontrare con molte barriere. È l'incontro con l'avvocato che veramente la rende visibile, perché per la prima volta qualcuno la ascolta, la vede, e questo crea poi le basi per questa storia d'amore. Lui è l'unico che per la prima volta le dice: "Sei stata molto coraggiosa a fare questo viaggio”.

È un melodramma che però denuncia i meccanismi perversi della “procedura di Dublino”, e della burocrazia francese che pone continui ostacoli, insomma della politica europea su migrazione e asilo.
Sì, e fra l'altro nel periodo in cui è ambientato il film era anche più facile, in qualche modo, ottenere il diritto di asilo. Adesso è praticamente quasi impossibile perché non c'è la volontà di accogliere persone che sono obbligate a fuggire dal proprio Paese.  Trovavo assurda e ipocrita la procedura di Dublino, che molti non conoscono, perché è applicata da tutti i Paesi dell'Unione Europea. Quando queste persone arrivano in paesi dove non sono affatto desiderate, come l'Ungheria o la Bulgaria, vengono costrette a lasciare le loro impronte digitali, sapendo che quando arriveranno in altri paesi dell'Unione Europea come la Francia, la Germania e la Svezia, questo complicherà molto le cose per loro. Volevo anche mostrare la crudeltà di chiedere a qualcuno di lasciare una parte del proprio corpo da qualche parte e come questa parte del proprio corpo possa poi giocare a proprio sfavore. Ed è per questo che a un certo punto Selma deforma le proprie impronte.

Per interpretare la protagonista ha scelto Zar Amir, un'attrice, regista e produttrice, nonché attivista iraniana rifugiata in Francia, molto coraggiosa.
All'inizio c'era questa grande questione: chi è l'attrice che può interpretare Selma? Per molto tempo avevo fatto una lista di tutte le attrici siriane o del mondo arabo, ma non trovavo quella che mi convinceva. Poi ho visto Holy Spider [+leggi anche:
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di Ali Abbasi che per me è stato qualcosa di magico, e ho capito che solo lei poteva interpretare Selma. Per me è stata un'esperienza veramente straordinaria che mi ha toccato molto. Abbiamo in comune nella nostra storia il fatto che entrambe siamo state obbligate a fuggire dal nostro Paese. Lei ha una storia molto violenta alle spalle, è una donna coraggiosissima. Credo che abbia fatto un lavoro magnifico di dimostrare tutta questa palette di sentimenti che si vedono nel film: la forza, la fragilità, la dolcezza, anche la rabbia quando era necessaria.

Sta pensando ad un nuovo film?
Sto scrivendo il mio nuovo progetto che formerà una trilogia, insieme al mio primo film, Mon tissu préféré [+leggi anche:
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, e L'Étrangère. In questo film si parla un po' di nostalgia, di infanzia, di come si sogna in un paese dominato da una dittatura, la Siria degli anni Ottanta. Con tutta la nostalgia che provo per il mio Paese dove, al momento, non posso tornare a causa del contesto attuale, è solo il cinema che mi permetterà di andarci.

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(Tradotto dal francese)

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