Rosario Minervini • Regista di Tirrenica
“Ciascun personaggio crea un micromondo, se riesci a specchiarti in uno di essi, entri nel film”
- Con il regista salernitano abbiamo parlato della unicità e universalità delle storie raccontate nel suo documentario, Menzione Speciale al Bif&st

Lungo i margini dell’autostrada Salerno–Reggio Calabria, le storie degli abitanti del luogo vivono all’interno di un racconto originale che attraversa presente e passato, rivelando un Sud Italia lontano dagli stereotipi. Tirrenica di Rosario Minervini ha ricevuto una Menzione Speciale al Bif&st “per la capacità di restituire, con uno sguardo poetico e formalmente rigoroso, la vita invisibile che scorre ai margini di un’opera monumentale fortemente connotata di simboli, interrogandoci sui temi di progresso, marginalità e giustizia sociale”. Ne abbiamo parlato con il regista.
Cineuropa: Come è nata l'idea del film?
Rosario Minervini: L'idea è partita nel dicembre 2019, pre-Covid. Doveva essere il mio saggio di diploma al Centro Sperimentale di Roma. Stavo terminando un cortometraggio e mi trovavo a Palermo. Partito per raggiungere la mia famiglia per Natale, ho visto un campetto di calcio a fianco all'autostrada, all’uscita per Gioia Tauro. Mi sono chiesto cosa ci fosse lì sotto. Volevo già raccontare qualcosa sul Sud Italia, non il Sud dei grandi poli come Napoli o Palermo, ma un Sud fatto di terra, spazi vuoti, boschi, agricoltori, allevatori. Un mondo di lavoro manuale, molto più grande e più invisibile. Più tardi, mentre giravo ho capito che molti dei personaggi che incontravo - nonostante fossero persone attivissime nel lavoro, nella vita sociale, anche in dinamiche politiche - vivevano una solitudine enorme. Sono convinto che quella distanza sia il frutto di una politica lenta, marginale, lassista, che in sessant'anni ha abbandonato completamente una parte del territorio italiano. Se ci fosse stata già nel 1965 quell'autostrada sarebbe stata certamente un'altra Italia.
Quindi pensi che l’autostrada avrebbe portato un vero sviluppo?
Un collegamento cambia tutto. Poter fare Salerno-Reggio Calabria in quattro ore e mezza ti cambia completamente il modo in cui ti approcci all'esistenza, soprattutto in un'epoca senza internet. L'Italia è stata tra le prime nazioni a costruire ferrovie: la prima in Europa è la Napoli-Portici, realizzata sotto i Borboni nel 1800. Quel collegamento ha permesso a Napoli di crescere. L'assenza di infrastrutture più a Sud ha fatto sì che non ci fosse niente su cui costruire.
Come hai operato la scelta delle singole storie?
Fare cinema implica delle scelte, nel documentario forse ancora di più. Ho potuto fare poche riprese: il primo anno un mese e mezzo, il secondo due settimane e mezza, il terzo un altro mese. Ho dovuto mantenere i rapporti nel tempo, che è la cosa più complessa. Ho cercato di rappresentare una vasta parte della popolazione: bambini, donne di mezza età, uomini di mezza età, anziani, categorie diverse per dare uno specchio più ampio. Non sempre ci sono riuscito: alcuni personaggi a un certo punto non hanno più voluto essere ripresi. Le ultime scene girate sono quasi tutte con Francesca, la ragazza che lotta per i diritti di tutti. Avevo bisogno di qualcosa di più vivo, attivo, moderno. Con Pasquale, l'accumulatore seriale, siamo stati ore in silenzio perché è una persona molto riservata.
Storie così locali, così ancorate a un territorio preciso, possono a varcare quel confine e dire qualcosa a chi non conosce quel Sud?
Quando l'abbiamo proiettato al Festival di Documentari di Salonicco il pubblico ha risposto molto bene, Italia e Grecia hanno vissuto difficoltà simili. Per culture più lontane ho ancora qualche dubbio, perché l'autostrada Salerno-Reggio Calabria è una cosa molto locale. Però se lo si guarda con uno sguardo osservativo, ciascun personaggio crea un micromondo e ha una personalità molto forte che ti coinvolge, perché in uno di loro ci rivedi qualcosa di te. Tutto parte da una scintilla: se riesci a specchiarti in uno dei miei personaggi, entri nel film.
Che approccio hai avuto al materiale d’archivio utilizzato nel film?
Il lavoro è durato quattro mesi. Sapevo già cosa volevo cercare, perché volevo che la prima parte dell'archivio fungesse da narratore al posto mio, preferisco lo “show it, don't tell it”. Alla fine abbiamo inserito un cartello per il pubblico internazionale, su consiglio della produzione.
Ho lavorato anche per associazioni: ho messo una processione e le pecore una accanto all'altra. Non è casuale. Al Sud la religione ha avuto un ruolo enorme, ha permesso la costruzione di nuclei sociali che in assenza dello Stato non sarebbero esistiti, ma ha anche chiuso molto. Mia nonna ha portato il velo nero per quarant'anni.
Ci sono tante donne nel documentario.
È stata una scelta precisa. Le donne sono più partecipative. Ma, soprattutto, il Sud è principalmente femminile. Il 54% della popolazione del Sud Italia sono donne. Allora perché facciamo solo film sulla camorra con protagonisti tutti maschi? C'è un'assenza enorme della donna nel cinema italiano che racconta il Sud. Eppure culturalmente è tutto organizzato dalle donne. Il problema del cinema italiano è che non guarda l'Italia reale. Ripropone sempre gli stessi schemi, quelli che funzionano in televisione.
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