Giedrė Žickytė • Regista di A Goodnight Kiss
“La lealtà di queste persone ai propri valori è una lezione di vita; nel mondo di oggi, ci mancano modelli di riferimento simili”
- Il nuovo documentario della regista lituana sottolinea in modo toccante come la storia tenda a ripetersi, attraverso la devastante vicenda di un intellettuale dalla vita esemplare

Mettendo al centro di A Goodnight Kiss Irena Veisaitė – la studiosa ebrea lituana che sopravvisse all’Olocausto dopo aver perso la madre biologica in un carcere nazista e, più tardi, la madre adottiva cattolica nel Gulag – Giedrė Žickytė tocca gli orrori del Novecento europeo, che ingenuamente riteniamo consegnati al passato. La partecipazione del film al concorso del 26mo goEast Film Festival è stata l’occasione per parlare di un passato doloroso, di un presente spaventoso e di valori dimenticati.
Cineuropa: Nel film si riferisce a Irena Veisaitė come a una “maestra”. Che cosa ha imparato da lei?
Giedrė Žickytė: Me ne sono resa conto solo più tardi, dopo la sua scomparsa, mentre montavo il film. In un certo senso, tutti i miei personaggi sono miei maestri, ma Irena era eccezionale. Anche a prescindere dal film, conoscerla è stato un dono. Il suo modo di comunicare non era mai didascalico. Dopo aver trascorso del tempo con lei, tornavi a casa e semplicemente volevi essere una persona migliore. E quando ho iniziato a viaggiare con il film, ho sentito lo stesso dal pubblico. Ecco perché la definisco una maestra, una sorta di bussola morale.
Ha sofferto sia sotto il nazismo che sotto lo stalinismo, eppure ha sviluppato una filosofia del perdono. In che modo questo l’ha influenzata?
Il suo punto di vista mi ha resa meno radicale e più empatica. Cercava sempre di comprendere gli altri, per quanto fosse difficile. Tuttavia, il suo perdono non era ingenuo: ci teneva profondamente, ma lo faceva con dignità, senza lasciarsi avvelenare dall'odio. Aveva anche questa rara capacità di dire la verità senza ferire gli altri. Credo che oggi il mondo abbia davvero bisogno di leader così.
Abbiamo iniziato a girare nel 2019, prima della pandemia e della guerra in Ucraina, e prima di questa forte divisione nella società. Col senno di poi, mi colpisce quanto fosse già sensibile a ciò che stava per accadere. All’epoca pensavo potesse esagerare, ma chi ha vissuto esperienze estreme riconosce i segnali prima.
Nell’episodio con Arvo Pärt, anche lui dice che sta arrivando un diluvio. È una sensazione devastante!
Sono entrambe persone sagge e, già allora, prima della pandemia, percepivano che il mondo stava andando nella direzione sbagliata.
Ha iniziato a girare quando lei era ancora in vita, ma ha dovuto terminare il film senza di lei, passando per gli archivi. In che modo il film ha cambiato direzione?
Quando filmavo, ero concentrata sul presente: su Irena come donna vibrante e carismatica, circondata dalle persone. Ma dopo la sua morte, e con il cambiamento del mondo, mi sono rivolta di più al passato. Ho capito che il passato che credevo finito tornava a essere spaventosamente attuale. Mi è parso un monito per il futuro.
E il lavoro di montaggio?
Non temevo la semplicità, quindi ho optato per una narrazione chiara e lineare. Anche se di solito cerco nuove forme, qui volevo parlare in modo diretto. A volte abbiamo solo bisogno di essere richiamati alla gentilezza. E se questo film riuscirà a trasmettere anche solo una piccola parte della saggezza di Irena alla prossima generazione, allora ne sarà valsa la pena.
Il momento del “bacio della buonanotte” l’aiuta a parlare della sua sofferenza e a sopravvivere agli orrori. È per questo che l’ha scelto come titolo del film?
Per me non si tratta solo di parlare o elaborare il trauma; si tratta di ricostruire la fiducia nell’umanità. Quando la sua seconda madre l’ha abbracciata e l’ha baciata, dopo tutto ciò che aveva vissuto, è tornata in lei la convinzione che il bene esiste ancora. Penso che quel momento abbia plasmato tutta la vita di Irena.
È una storia di maternità, ma anche dell’Europa del Novecento. Le sue due madri rappresentano i due regimi totalitari che hanno plasmato la nostra storia. Ciò che mi ha colpito di più è stata la loro dignità. La prima madre di Irena, anche sotto interrogatorio, si rifiutò di rinnegare chi era. La seconda, pur essendo stata deportata in Siberia, non si lamentò mai. La loro fedeltà ai propri valori e la loro nobiltà sono una lezione di vita; nel mondo di oggi ci mancano modelli del genere.
Il film riflette anche sul caso specifico della Lituania e dell’Olocausto. È stato difficile affrontare questo tema sensibile?
In Europa occidentale c'è stato un processo di confronto con l’Olocausto. Ma dietro la Cortina di ferro è stato diverso: per decenni è calato il silenzio. Dopo l’indipendenza, abbiamo cominciato a parlare delle nostre sofferenze sotto l’occupazione sovietica, ma la questione dell’Olocausto è rimasta taciuta.
Solo negli ultimi anni una generazione più giovane ha iniziato ad affrontarlo in modo più aperto. Si va diffondendo la consapevolezza che la Lituania non fu soltanto vittima, alcuni lituani furono anche carnefici. È una presa di coscienza dolorosa, ma necessaria.
(Tradotto dall'inglese)
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