Rodrigo Sorogoyen • Regista di El ser querido
"Nella vita, ci raccontiamo una storia"
- CANNES 2026: Il cineasta spagnolo ci parla del suo nuovo film, che mescola vita e cinema, con protagonisti Javier Bardem e Victoria Luengo

Dopo un primo passaggio sulla Croisette nel 2022 con As bestas a Cannes Première, lo spagnolo Rodrigo Sorogoyen è in concorso al 79mo Festival di Cannes con El ser querido.
Cineuropa: Da dove è nata l’idea di questo film su un padre regista e sua figlia attrice?
Rodrigo Sorogoyen: Con la mia co-sceneggiatrice Isabel Peña volevamo innanzitutto parlare di un padre e di sua figlia, una relazione in cui ci sono continuamente dinamiche di potere, una questione di gerarchia. Ma avevo anche dei progetti ancorati al mondo del cinema che adoro, perché ovviamente è il mio mondo e lo trovo affascinante. Ne conosco tutti i piccoli dettagli, ma ciò che amo di più è il lato demistificato: persone del tutto normali si svegliano alle 6 del mattino per lavorare sodo, tutti insieme. Per soli tre mesi viaggiano e ogni giorno lavorano per raccontare due minuti di una storia che non è vera, un’invenzione, un’idea nata tre anni prima. Il mestiere del cineasta è raccontare una storia, e nella storia di questo padre e di sua figlia il racconto è anch’esso molto importante, perché nella nostra vita ci raccontiamo una storia per giustificarci, perdonarci, capirci, spiegarci. Nella storia concreta di questo padre che era scomparso, che in passato ha fatto delle cose, e di sua figlia che ha dovuto vivere con la sua assenza, questo racconto a se stessi è ancora più importante. Era anche molto interessante avere un uomo che è stato violento, con la gerarchia che comporta l’essere un padre, un uomo, un regista, mentre sua figlia non ha nulla di tutto ciò.
Lo sguardo sull’altro e la difficoltà del padre e della figlia a guardarsi negli occhi sembrano un filo conduttore del film.
Lo sguardo è costante, incluso quello di chi li circonda. Ogni volta che uno dei due personaggi guarda l’altro, è molto importante. Ci sono molte scene in cui si guardano, ma è vero che sono incapaci di guardarsi negli occhi perché tra loro non c’è stata intimità nel passato e non ce n’è nel presente che lo permetta, e perché hanno paura di scoprire qualcosa di orribile. Ma lei lo osserva ogni volta che può, e lui la guarda sia come attrice sia come figlia.
E il ritmo del film, che fa filtrare le informazioni sui personaggi in modo molto graduale?
Perché è così nella vita. Con Isabel adoravamo l’idea della prima scena, affinché lo spettatore si chiedesse chi sono queste due persone e cosa si stanno raccontando. Dopo quella scena di 20 minuti abbiamo alcuni elementi: le cose che dice lui, quelle che dice lei, ma forse non parlano della stessa cosa. Abbiamo sviluppato questa idea di mistero per tutto il film e, per riuscirci, abbiamo lavorato moltissimo su sceneggiatura e découpage, togliendo molte cose e ponderando con attenzione il rischio che lo spettatore capisca talmente poco da annoiarsi o perdersi. Ci sono stati anche molti montaggi diversi che ho testato su amici, con dibattiti molto interessanti come risultato. Alcuni ritenevano che il padre fosse uno stronzo, altri che fosse cambiato.
Il film affronta anche il tema dei tempi cambiati sui set, della fine dell’epoca dei registi onnipotenti.
A essere onesti, quando abbiamo iniziato a lavorare alla sceneggiatura non era così presente, ma vogliamo raccontare la realtà e questo è ciò che accade ora: le donne, per esempio, rifiutano di lavorare quando si manifestano questo tipo di comportamenti. Non era così vent’anni fa, ed è un bene che le cose siano cambiate; in questo caso, però, ci è servito soprattutto per la nostra storia, per la relazione padre-figlia. Poi, a volte si vuole raccontare una cosa e alla fine se ne racconta un’altra che ovviamente non è poi così lontana.
Nel film c’è una citazione di Liv Ullmann: "Più la macchina da presa è vicina, più bisogna far cadere la maschera". Voleva realizzare un moderno film spagnolo alla Bergman?
Bergman è il maestro, irraggiungibile, sacro. Questa citazione ce l’ha riportata Javier Bardem quando abbiamo iniziato a lavorare con lui al film. E poiché volevamo che la figlia imparasse qualcosa da suo padre regista, non in quanto figlia ma in quanto attrice, e che anche gli spettatori imparassero qualcosa, l’abbiamo inserita nella sceneggiatura. Anche nella vita, quando si è più vicini, bisogna far cadere la maschera: si vede ciò che non è vero.
(Tradotto dal francese)
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