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CANNES 2026 Concorso

Ryûsuke Hamaguchi • Regista di Soudain

“Al buio, il confine tra sé e gli altri diventa più ambiguo”

di 

- CANNES 2026: Il regista premio Oscar parla del suo primo progetto internazionale e del lavoro in diverse lingue

Ryûsuke Hamaguchi • Regista di Soudain
(© 2026 Fabrizio de Gennaro per Cineuropa - fadege.it, @fadege.it)

Il regista giapponese premio Oscar di Drive My Car, Ryûsuke Hamaguchi, è tornato a Cannes con il suo primo film ambientato (in parte) fuori dal Giappone. Nella coproduzione franco-giapponese Soudain, Virginie Efira è protagonista accanto a Tao Okamoto nei panni della direttrice di una casa di cura a Parigi, con un passato di vita in Giappone, che stringe amicizia con un regista teatrale giapponese che ha studiato alla Sorbona. I due personaggi sono al centro di questo film di 196 minuti, fitto di filosofia, discussioni su etica e disabilità, nonché di un’indagine su quanto sia preziosa la ritrovata gioia di vivere. Cineuropa ha incontrato il regista dopo la prima del film in concorso ufficiale a Cannes per parlare del suo primo progetto internazionale e del lavoro in diverse lingue.

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Cineuropa: Una battuta importante nel film fa riferimento al “rendere possibile l’impossibile”. Pensa che il suo film ci riesca, in qualche modo?
Ryûsuke Hamaguchi:
Credo che sia qualcosa che scopriremo solo dopo che sarà passato del tempo. Lo dico perché, per valutare se questo film abbia davvero compiuto qualcosa, serve tempo. Anche se qui abbiamo ricevuto una buona reazione dal pubblico e le persone dicono di credere nel film, il che è magnifico, dobbiamo comunque aspettare. In definitiva, occorre tempo perché il film compia il suo viaggio e incontri gli spettatori. 

E sul set?
Mentre facevamo il film, credo che alcune cose siano diventate possibili, e una di queste è stato il fatto che gli attori fossero i personaggi. A tratti, Virginie Efira sembrava proprio essere Marie Lou, e Tao Okamoto sembrava essere Mari. Far credere che siano davvero i loro personaggi non è affatto un compito facile – anzi, per certi versi è un grande risultato, perché, in fondo, è impossibile che qualcuno diventi qualcun altro.

Come l’ha comunicato a Virginie Efira e Tao Okamoto?
È qualcosa che dico ai miei attori: poiché l’identificazione completa [con i personaggi] è impossibile, chiedo loro di non fare nulla di più [per il ruolo]. Più aggiungi, più cominciano a mostrarsi le tue intenzioni, o affiora il disagio. Dico sempre di esprimere ciò che sentono come reale e, di conseguenza, credo che sul set, a tratti, Marie Lou e Mari fossero lì e stessero dialogando insieme. O, quantomeno, che queste due attrici, queste due persone, fossero in una connessione reciproca. E così, di riflesso, sembravano anche essere Marie Lou e Mari; sembra che questi due personaggi, in effetti, esistano. Questo, di per sé, credo sia un grande risultato.

Questo emerge chiaramente, anche perché molte scene si svolgono in interni, oppure camminando per Parigi o a Kyoto. In che modo l’ambientazione notturna di quelle scene ha influito sul legame tra le due protagoniste?
La mia domanda per lei sarebbe: non pensa che le conversazioni che si hanno di notte e di giorno siano fondamentalmente diverse?

Certo.
Anch’io credo che le conversazioni diurne tendano a essere, per certi versi, più logiche. Il lato logico del nostro pensiero tende a essere più attivo, credo perché, alla luce, si riescono a vedere meglio i contorni. Si vedono gli oggetti come separati gli uni dagli altri. Di sera, invece, con un’illuminazione più scura, o magari in un club, l’esperienza è più intima. Man mano che al buio i contorni delle cose diventano meno nitidi, anche il confine tra sé e gli altri si fa più ambiguo. Per esempio, a metà film c’è una lunga conversazione sul capitalismo: in un altro momento e con un’altra luce, le sue sfumature non sarebbero state le stesse. Nel film è notturna, ma se fosse stata ambientata di giorno avrebbe dato più l’idea di una lezione che di uno scambio intimo.

Il teatro ha avuto un ruolo in Happy Hour e in Drive My Car, ma qui emerge in una nuova forma. Com’è stato fare teatro con le marionette da dito?
Oh, le marionette da dito! Era la prima volta che le usavo e… beh… in effetti ero piuttosto preoccupato che potesse funzionare o meno. Nel momento in cui stavamo per girare la scena, pensavo: “Oh, sono arrivato al punto di fare una cosa del genere!”. Ma i due attori che la interpretavano si stavano divertendo – lo si capiva da come muovevano le dita nell’inquadratura. E così, di conseguenza, mi sono divertito anch’io.

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(Tradotto dall'inglese)

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