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CINEMA JOVE 2026

Julia Thelin • Regista di The Patron

“È importante vivere un po’ nei nostri sogni”

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- La regista svedese parla del suo primo lungometraggio, in cui analizza il mondo dell'arte, i meccanismi della sottomissione e la necessità di uscire da se stessi

Julia Thelin • Regista di The Patron
(© Cinema Jove)

La 41ma edizione del festival Cinema Jove di Valencia si è inaugurata con The Patron, primo lungometraggio di Julia Thelin, che ha visitato la città per presentare il film e, tra le altre cose, rilasciare questa intervista.

Cineuropa: The Patron è il suo primo lungometraggio. È stato facile realizzarlo, trovare un produttore e persone interessate al suo esordio?
Julia Thelin:
Avevo già dei produttori con cui avevo lavorato ai miei cortometraggi. Inoltre, l’idea iniziale del film era piuttosto facile da spiegare: una donna fa credere a due giovani di essere una gallerista d’arte famosa, potente e ricca, e li porta in una casa per vivere questa falsa identità. La premessa da thriller – ci si chiede quando scopriranno la verità – era qualcosa che il pubblico poteva cogliere subito. Ma la profondità del film è stata più difficile da elaborare in sceneggiatura, perché volevo raccontare molte cose. Il film è pieno di idee, prospettive e modi diversi di vedere la realtà. Non ci sono risposte chiare e genera inquietudine perché non sempre offre allo spettatore una sensazione di sicurezza. Spesso il pubblico vuole sentirsi protetto, ma quando gli smuovi un po’ il terreno sotto i piedi emerge un certo disagio.

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Perché ha deciso di scrivere sull’essere umano, le sue capacità e i suoi limiti?
Mi interessa come ci limitiamo a vicenda con il nostro bisogno di controllare e posizionarci rispetto agli altri. Questa necessità di collocarci in un posto per essere visti e ascoltati genera determinati comportamenti. Mi interessa la psicologia umana e il motivo per cui facciamo determinate cose. Ma mi sembrava anche bello che, per la maggior parte del tempo, ci fidiamo delle altre persone e crediamo in loro. Creare una piccola illusione è facile e la maggior parte della gente non mente. Penso che anche quella ingenuità sia qualcosa di bello: essere ingenui può essere qualcosa di positivo. Volevo girare un film intenso e anche mettermi alla prova su come chiudere la storia e come risolvere tutti quegli elementi.

Conosce il mondo dell’arte contemporanea? Il film è piuttosto critico verso quell’ambiente, a volte elitario.
Ho fatto ricerche sul mondo dell’arte e, certamente, assomiglia molto a quello del film, può essere persino peggio. È un luogo in cui, se non hai una buona posizione, nessuno sembra preoccuparsi di te. Quando ci sono mondi in cui molte persone vogliono entrare, emergono gerarchie elitarie. Ma quello dell’arte è anche un mondo bellissimo, perché è un luogo in cui le idee, le espressioni e i diversi modi di percepire la realtà vengono presi sul serio.

La protagonista gioca con le illusioni e i sogni degli altri per manipolarli.
Certo. Se ti dico “voglio pagarti 500 milioni di euro per quella maglietta perché la cerco da anni”, anche se è uno scherzo, una parte di te vuole crederci. Vogliamo accettare quella fantasia. È importante vivere un po’ nei nostri sogni. Non dico che che dovremmo scomparire in essi, ma sono anche una forma di libertà. Siamo intrappolati nel nostro corpo, nella nostra età e nelle decisioni che abbiamo preso, quindi l’immaginazione è una via di fuga.

Nel film si percepisce una certa violenza psicologica. Come ha fatto in modo che non fosse eccessiva e che la protagonista non diventasse un mostro?
In sceneggiatura alcune parti erano più violente e altre meno. Durante il lavoro con gli attori abbiamo trovato un equilibrio, perché dovevano capire la motivazione dei personaggi e il perché di quella violenza. È stato un lavoro anche per me: capire quando era necessaria e quando no. Questo è avvenuto durante le riprese.

È interessante che lei abbia lavorato solo con tre attori e una casa come ambientazione. Avete provato molto?
Sì, ho lottato per avere le prove perché era importante. Il film dipende dalla dinamica tra gli attori. Avevamo bisogno di tempo per parlare di ogni scena ed esplorare insieme. Non avevamo molti soldi per le riprese, ma abbiamo deciso di dare priorità al tempo rispetto all’attrezzatura tecnica. Le riprese sono durate 25 giorni.

Ha avuto riferimenti o maestri?
Ho pensato ai primi film di Yorgos Lanthimos, soprattutto per come una storia può svilupparsi in una casa e per la dinamica tra i personaggi. Mi è piaciuto anche Idioti di Lars von Trier e Lezioni di piano di Jane Campion. Mi interessavano la forza femminile, le lotte di potere e la violenza. Mi ha ispirato anche un documentario intitolato The Ceremony di Lina Mannheimer, su una donna che ha un rapporto di potere con altre persone ed esplora diverse modalità di cedere o ricevere potere. Poi ho visto Funny Games, di Haneke, che è stato ugualmente utile. E mi affascina Il coltello nell’acqua di Polanski, che mi ha insegnato come si possa creare tensione con soli tre personaggi.

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(Tradotto dallo spagnolo)

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