Martina Buchelová • Regista di Lover, Not a Fighter
"L'atmosfera documentaristica è una scelta estetica, non una mancanza di controllo"
- La regista slovacca riflette su come il suo film cerchi di riformulare gravi problematiche sociali e generazionali attraverso una forma romantica accessibile

La regista slovacca emergente Martina Buchelová ha presentato il suo primo lungometraggio, Lover, Not a Fighter, nella sezione Proxima del Festival internazionale del cinema di Karlovy Vary.
Cineuropa: Com’è nato il suo film?
Martina Buchelová: Ho scritto la sceneggiatura durante il Covid. Non ho inserito esplicitamente quel periodo nella storia, ma c'era un sottofondo di disperazione nel film. La mia intenzione principale era quella di realizzare un film che il pubblico potesse godersi al cinema, un film che permettesse di respirare, senza fingere che il mondo dei personaggi fosse semplice e lineare. Volevamo anche mettere il romanticismo al centro del film. All'epoca, e forse lo è ancora oggi, sentivo che c'erano diverse produzioni impegnative in corso intorno a noi, in Slovacchia e in un contesto europeo più ampio. Volevo affrontare temi seri attraverso una tragicommedia romantica piuttosto che attraverso un puro dramma sociale.
Perché era importante inserire giovani accanto a personaggi più anziani, in particolare in un contesto intergenerazionale?
L'attenzione è sicuramente sulla generazione più giovane, ma il film parla anche di scambio intergenerazionale. Mi interessa come persone di età diverse, con punti di vista e ferite del passato differenti, possano comunque cercare di convivere e di trovare un senso di vicinanza. I protagonisti non sono più adolescenti, ma non sono nemmeno adulti maturi. Li vedo come giovani adulti, sui venti o ventun anni, all'inizio della vita universitaria. Si trovano in quella fase fragile in cui si cerca una direzione, si cerca di capire che tipo di vita si desidera e si decide come relazionarsi con un mondo che spesso appare caotico.
Il film non si concentra solo sulla coppia di innamorati. Si allarga continuamente per includere gruppi di personaggi ed eventi secondari. Perché ha scelto questa struttura?
Non ho mai voluto che i personaggi secondari fossero semplici accessori della storia principale. Ovviamente, Andrej e la sua relazione sono centrali, ma ogni persona intorno a lui ha uno scopo e una vita propria. Il film non ha una narrazione lineare classica che si limita a passare da un punto della trama all'altro. I personaggi appaiono, interagiscono, scompaiono, ritornano e cambiano la temperatura emotiva del film. I capitoli contribuiscono a rendere possibile tutto ciò. Permettono al film di diventare un mosaico di situazioni attraverso le quali comprendiamo gradualmente Andrej attraverso le sue relazioni con gli altri.
Il film ha una trama visiva grezza, in parte documentaristica, soprattutto per quanto riguarda le riprese con lo smartphone. Faceva parte della sua "dichiarazione generazionale"?
Sì, ma non lo ridurrei a un approccio documentaristico. La telecamera a mano e la ruvidezza di alcune immagini ci aiutano a rimanere vicini ai personaggi. Gli smartphone sono parte del modo in cui questa generazione registra e ricorda se stessa; i video condividono i nostri momenti teneri, i momenti importanti, i nostri momenti difficili. Se un'immagine aveva uno scopo emotivo, non volevo scartarla solo perché era tremolante o imperfetta. Ma il film, nel suo complesso, è anche ben controllato. La sua impronta documentaristica rappresenta una scelta estetica, non una mancanza di controllo.
Le didascalie e i titoli dei capitoli hanno un lato asciutto, leggermente ironico. Come funzionano?
Per me, sono collegati sia alla narrazione che al senso dell'umorismo del film. A volte evocano il modo in cui le persone comunicano tramite messaggi, ma funzionano anche come una sorta di commento registico. Si pongono al di sopra dell'azione, aggiungendo informazioni o un leggero cambio di prospettiva. Le didascalie possono rivelare qualcosa che i personaggi non direbbero necessariamente di sé stessi e invitano lo spettatore a sorridere di fronte al divario tra ciò che le persone nascondono e ciò che il film ci permette di vedere.
Da dove viene il titolo Lover, Not a Fighter?
Non è ispirato a libri o altre opere che condividono questa frase. Deriva da un progetto precedente che abbiamo realizzato sui giovani di Rimavská Sobota. Lì abbiamo incontrato un ragazzo di nome Andrej, che a un certo punto si è descritto in questo modo, come un amante, non un combattente. La frase ci è rimasta impressa. Ha un che di familiare, quasi proverbiale, anche se il mio amico Andrej non è come il protagonista; condividono solo lo stesso nome, un certo distacco, ed entrambi sono amanti, non combattenti.
I suoi personaggi avrebbero potuto facilmente essere ridotti a stereotipi come l'alcolizzato o il complottista, ma il film resiste a questa tentazione. Evitare gli archetipi era un obiettivo consapevole?
Direi che faceva sicuramente parte del nostro approccio, anche se non volevo fare un manifesto esplicito contro gli stereotipi. Non voglio che il film parli per etichette. Alcuni personaggi hanno problemi con l'alcol, alcuni credono nelle teorie del complotto, alcuni si muovono in strani ambienti grigi, ma questo non definisce completamente chi sono. Non mi interessa una visione moralistica dall'alto. Le persone sono contraddittorie. Qualcuno può apparire rude e poi rivelare gentilezza. Qualcuno può voler sembrare più duro di quanto non sia perché è disperatamente alla ricerca di un posto nel mondo. Il film cerca di analizzare queste contraddizioni umane.
(Tradotto dall'inglese)
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