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GIFFONI 2026

Luigi Sales • Head of Content and Original Productions, Giffoni Innovation Hub

“Il nostro valore emerge soprattutto nei progetti che mettono in relazione aziende, istituzioni, creativi e giovani all’interno di un unico processo di innovazione”

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- A un anno dal nostro primo incontro, il professionista racconta come l’Innovation Hub trasformi creatività e partecipazione giovanile in percorsi concreti verso l’industria audiovisiva

Luigi Sales • Head of Content and Original Productions, Giffoni Innovation Hub
(© Giffoni Film Festival)

In occasione del Giffoni Film Festival (17-25 luglio), Cineuropa ha incontrato Luigi Sales per fare il punto sulle attività di Giffoni Innovation Hub. Dallo scouting dei giovani talenti alla produzione di documentari, Sales illustra i risultati raggiunti e le sfide ancora aperte.

Cineuropa: L’anno scorso ci avevate parlato di una piattaforma di matchmaking per giovani sceneggiatori, concepita come una sorta di “LinkedIn dell’audiovisivo”. È stata effettivamente lanciata?
Luigi Sales:
La piattaforma non è ancora stata lanciata. Abbiamo scelto consapevolmente di rallentarne lo sviluppo perché ci siamo resi conto che il vero valore non risiede nella tecnologia, ma nella qualità delle relazioni che essa riesce a generare. In questi mesi abbiamo lavorato con autori, produttori e broadcaster per comprendere meglio le esigenze e le dinamiche del settore. Oggi stiamo ripensando il progetto come uno strumento che favorisca incontri realmente efficaci tra talenti e industria, evitando che diventi semplicemente un database di profili.

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Avrei questa idea è arrivato alla seconda stagione e amplia la platea agli under 36. Che cosa avete imparato dalla prima edizione?
La prima edizione ci ha confermato che esiste una grande domanda di occasioni di confronto qualificato con il mercato. Abbiamo visto gli autori crescere nella capacità di presentare e strutturare le proprie idee, mentre diversi progetti hanno avviato percorsi di approfondimento con i produttori e i partner coinvolti. L’estensione agli under 36 nasce proprio dalla volontà di includere una fascia di professionisti che spesso si trova già in una fase di maturazione creativa, ma fatica ancora ad accedere ai circuiti dell’industria. Al momento stiamo ragionando su come realizzare la terza stagione e su quali novità introdurre.

Quest’anno lanciate Avventure in Primo Piano, una call realizzata con Avventure nel Mondo che seleziona quattro registi under 40 per realizzare documentari di viaggio. Perché avete scelto il documentario come strumento di scouting e che tipo di sguardo state cercando, oltre alla semplice capacità di raccontare un’esperienza esotica?
Il documentario è uno dei linguaggi più liberi e contemporanei per osservare la realtà. Non cerchiamo cartoline o racconti esotici, ma autori capaci di cogliere l’essenza dei luoghi attraverso le persone che li vivono e li attraversano. La scelta di collaborare con Avventure nel Mondo nasce proprio dalla sua idea di viaggio: un’esperienza condivisa, nella quale un gruppo di sconosciuti costruisce, giorno dopo giorno, relazioni, fiducia e una prospettiva comune. È questa dimensione trasformativa, individuale e collettiva, che ci interessa raccontare. Ai registi chiediamo uno sguardo capace di osservare non solo i paesaggi, ma anche ciò che accade tra le persone, perché spesso il viaggio più significativo è quello che avviene nelle relazioni e nel modo in cui queste cambiano il nostro sguardo sul mondo.

Il Dono delle Storie, realizzato con UniCredit, porta al festival tre documentari dedicati al Terzo Settore. Come si evita che un progetto commissionato diventi un video istituzionale edificante, anziché un’opera capace di creare un’autentica relazione con il pubblico?
La differenza sta nell’approccio. Non partiamo dal messaggio che vogliamo trasmettere, ma dalle persone e dalle loro storie. Chiediamo ai registi di cercare conflitti, complessità e autenticità, perché sono questi gli elementi che creano coinvolgimento. Quando un’organizzazione accetta di mettersi in discussione e di raccontarsi senza filtri celebrativi, il risultato è un’opera capace di dialogare con il pubblico ben oltre gli obiettivi della comunicazione istituzionale.

In questo senso, come scegliete le realtà da raccontare e quale grado di libertà editoriale lasciate ai registi?
Nel caso di UniCredit abbiamo lanciato Il Dono delle Storie, una call rivolta alle realtà del Terzo Settore di tutta Italia. La risposta è stata molto ampia e la selezione si è concentrata sulle organizzazioni capaci di generare un impatto concreto sui territori, con un’attenzione particolare a quelle che lavorano con le giovani generazioni e favoriscono percorsi di inclusione, partecipazione e crescita. Da quel momento, però, il nostro approccio cambia: non chiediamo ai registi di realizzare un contenuto istituzionale, ma di raccontare una storia. Condividiamo obiettivi e valori con le organizzazioni coinvolte, ma lasciamo piena libertà creativa agli autori. Crediamo che la forza e la credibilità di un documentario risiedano proprio nella possibilità di sviluppare uno sguardo personale, capace di restituire la complessità delle persone e delle esperienze senza piegarle a una narrazione celebrativa.

Le Porte di Napoli
coinvolge giovani migranti e di seconda generazione attraverso l’audiovisivo. Nei progetti che lavorano con comunità potenzialmente vulnerabili, come gestite la rappresentazione ed il rischio di trasformare le esperienze individuali in un messaggio preconfezionato?
Il nostro obiettivo è creare le condizioni affinché le persone possano raccontarsi in prima persona. Lavoriamo attraverso processi partecipativi, nei quali i protagonisti contribuiscono alle scelte narrative e mantengono un ruolo attivo durante tutto il percorso. Evitare gli stereotipi significa rinunciare alle semplificazioni e lasciare spazio alla complessità delle esperienze individuali. L’audiovisivo diventa così uno strumento di espressione, anziché di rappresentazione dall’esterno. Nel caso specifico di questo progetto, l’attrice protagonista del cortometraggio è stata selezionata all’interno del laboratorio di scrittura creativa. Abbiamo inoltre scelto la commedia come tono del racconto, proprio per allontanarci dall’idea di una narrazione drammatica o stereotipata.

Dopo un anno, quale elemento distingue maggiormente Giffoni Innovation Hub da una normale agenzia creativa o casa di produzione? E qual è la sfida più concreta da affrontare affinché la partecipazione giovanile si traduca in opportunità professionali e culturali durature?
Credo che il nostro valore emerga soprattutto nei progetti che mettono in relazione aziende, istituzioni, creativi e giovani all’interno di un unico processo di innovazione. Non ci limitiamo a produrre contenuti: costruiamo percorsi nei quali la creatività diventa uno strumento di partecipazione, crescita e sviluppo professionale. La sfida più importante oggi consiste nel compiere un ulteriore passo avanti: portare questo modello all’interno del mercato audiovisivo, coinvolgendo in maniera sempre più strutturale broadcaster, piattaforme e distributori. Se vogliamo che la partecipazione giovanile si trasformi davvero in opportunità professionali, è necessario che anche l’industria scelga di investire maggiormente sul rischio creativo e sugli esordi. Il nostro obiettivo è costruire un ecosistema nel quale i giovani non si limitino a partecipare a un progetto o a un laboratorio, ma abbiano la possibilità di realizzare la loro prima opera, confrontarsi con il mercato e diventare i talenti che guideranno il settore nei prossimi anni.

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