Markus Duffner • Responsabile, Locarno Pro
“L’innovazione non è soltanto una questione legata alla tecnologia”
- Tra talenti emergenti, capitali privati e nuovi modelli di coproduzione, Locarno Pro cerca risposte concrete alla crescente instabilità del cinema indipendente

Alla vigilia del Locarno Film Festival (5-15 agosto), Markus Duffner presenta i quattro pilastri di Locarno Pro e spiega come First Look, Open Doors e la Locarno Investment Community puntino a risultati concreti, oltre il networking.
Cineuropa: Come è cambiata concretamente la missione di Locarno Pro negli ultimi cinque anni?
Markus Duffner: La nostra missione non è necessariamente cambiata: ci siamo adattati, abbiamo definito meglio i nostri pilastri e cercato di capire dove stia andando il futuro. Nel post-pandemia ci sono stati diversi scossoni, non tutti legati alle normali dinamiche del settore.
Il pilastro principale rimane la scoperta dei talenti, che fa parte del DNA del festival. Locarno ha sempre avuto un ruolo importante nell’individuare nuovi registi, mentre Locarno Pro svolge qualcosa di simile sul versante dell’industria, scoprendo produttori, filmmaker, distributori e venditori emergenti. Ogni anno selezioniamo circa cento giovani talenti che rappresentano i nuovi volti dell’industria. Tra i nostri successi c’è Matīss Kaža, produttore e sceneggiatore di Flow, che ha partecipato a Match Me! nel 2018, mentre Thomas Hakim, produttore di All We Imagine as Light di Payal Kapadia, è un altro nostro alumnus.
Un secondo pilastro è l’anticipazione delle tendenze di mercato. StepIn, il think tank che apre le attività professionali, analizza le questioni più urgenti per capire dove stia andando l’industria.
Il terzo riguarda l’innovazione nei modelli di finanziamento. Per noi l’innovazione non è soltanto una questione legata alla tecnologia: significa anche trovare nuovi strumenti e modi di realizzare cinema indipendente. Tutti parlano della diminuzione dei fondi pubblici e, soprattutto in Europa, esiste una forte inquietudine sul futuro di Creative Europe in un clima internazionale così instabile. Per questo abbiamo lanciato [l’anno scorso] la Locarno Investment Community, portando a Locarno circa quaranta investitori privati.
Il quarto pilastro è il cinema di patrimonio attraverso Locarno Heritage. Restauriamo due film ogni anno: in questa edizione presenteremo Letter from My Village di Safi Faye e la versione restaurata di Balla coi lupi di Kevin Costner. Dedichiamo inoltre un’intera giornata al cinema classico, con restauri e incontri per i professionisti.
Come misurate il successo dei vostri talenti una volta terminato il festival?
I risultati più evidenti sono i premi e le vendite. Manteniamo però i contatti con i nostri talenti per diversi anni, chiedendo aggiornamenti. Incrociamo le informazioni dei partecipanti con le notizie di settore e gli aggiornamenti di sales agent e distributori. È un lavoro enorme, ma permette di individuare risultati concreti. Un esempio recente è Nina Roza, presentato nel 2025 a First Look e vincitore dell’Orso d’argento per la migliore sceneggiatura alla Berlinale.
Tornando sull’Investment Community, di quale tipo di capitale privato stiamo parlando?
Si tratta principalmente di capitale filantropico, perché nel cinema indipendente – soprattutto quello sviluppato a Locarno – il ritorno sull’investimento non è immediato. Esistono casi come Flow, un enorme successo commerciale, ma risultati simili non sono sempre evidenti sulla carta al momento dell’investimento. Parliamo soprattutto di filantropi, gruppi e fondi filantropici, ma anche di investitori individuali interessati al settore. Insieme a Oxbelly svolgiamo un’attività preliminare di vetting e cerchiamo persone che abbiano già sostenuto progetti. Nella scorsa edizione abbiamo avuto anche banche con propri fondi e alcuni fondi europei che non finanziano singoli progetti, ma investono nelle società e nei loro slate.
StepIn affronterà quest’anno algoritmi, consolidamento industriale e libertà creativa. Quale di questi fenomeni considera oggi la minaccia più urgente per il cinema indipendente?
Il punto non è soltanto l’intelligenza artificiale, della quale si parla molto, ma soprattutto il ruolo degli algoritmi e il modo in cui le persone negli studios e nelle grandi imprese prendono le decisioni. Questi strumenti possono influenzare direttamente anche la parte creativa.
Esiste una tendenza ad algoritmizzare i contenuti, una sorta di “netflixizzazione” che rischia di renderli più superficiali. Il cinema indipendente deve resistere. Allo stesso tempo, il mercato si sta concentrando: pochi film ottengono risultati al botteghino uguali o superiori a quelli degli anni passati, mentre tutto il resto incontra maggiori difficoltà. È una disruption della quale dobbiamo parlare.
Affronteremo il rapporto tra film e formula, gli algoritmi, il consolidamento industriale e la libertà creativa. Parleremo anche di finanziamento sostenibile, mettendo in contatto investitori privati e venditori, rilevanza sociale e rinnovamento del pubblico attraverso film capaci di rivolgersi a spettatori precisi.
First Look dedica la sua quindicesima edizione a sei lungometraggi uruguaiani in post-produzione. Perché avete scelto l’Uruguay proprio adesso?
Lavoriamo con un anno o un anno e mezzo di anticipo. Due anni fa avevamo scelto la Spagna, prevedendo correttamente che i finanziamenti post-pandemia ne avrebbero rafforzato l’industria. In America Latina, l’Uruguay – insieme al Brasile – sta sostenendo diverse realtà del continente e sta diventando un vero player anche sul piano delle coproduzioni. La crisi attraversata dall’Argentina rende questa posizione ancora più significativa.
L’Uruguay dispone di fondi per le coproduzioni minoritarie, ha numerosi accordi bilaterali ed è un Paese accogliente e aperto. Attraverso First Look mostriamo coproduzioni a maggioranza uruguaiana, mentre la presenza di sei produttori offre una fotografia chiara dell’industria nazionale. La scelta è stata quindi naturale.
Open Doors è al suo secondo anno di focus africano. Come fate a evitare che il programma si limiti a preparare i talenti del continente ad entrare nel sistema europeo?
Open Doors è uno dei fari di Locarno per lo sviluppo dei talenti. Grazie al sostegno dell’Agenzia svizzera per lo sviluppo e la cooperazione, possiamo realizzare un vero programma di accompagnamento, con sessioni mirate per i partecipanti. L’obiettivo è produrre un impatto sistemico nei territori di provenienza, non soltanto accompagnare singoli progetti. In molti Paesi coinvolti l’industria cinematografica è assente, scarsamente sviluppata o poco visibile. Vogliamo portare queste persone a Locarno affinché amplino la propria rete e rimangano in contatto con noi anche per necessità future, compreso lo scambio d’informazioni.
Elephants in the Fog, vincitore del Premio della giuria di Un Certain Regard, è nato nel programma. Alcuni produttori partecipanti hanno inoltre aperto laboratori di formazione nei propri Paesi.
Quest’anno organizzeremo anche un panel sull’intera pipeline produttiva. Parlare genericamente di “Africa” è sbagliato: esistono differenze linguistiche, territoriali e produttive enormi. Come Locarno Pro vogliamo lasciare la parola ai professionisti locali affinché spieghino come funzionano i diversi mercati. Il nostro atteggiamento non consiste nell’insegnare o tutorare dall’alto i talenti locali, ma nel capire come lavorano e come possiamo collaborare con loro secondo i loro modelli.
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