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LOCARNO 2026 Concorso

Florin Șerban • Regista di You Don’t Belong Here

“Da adulti, abbiamo l'illusione di avere il controllo, ma in realtà non lo abbiamo mai”

di 

- Il regista rumeno offre alcuni spunti di riflessione sulla sua esplorazione psicologica del fragile legame tra un padre e il figlio adolescente

Florin Șerban • Regista di You Don’t Belong Here
(© Locarno Film Festival)

Florin Șerban, che in You Don’t Belong Here scava in una crisi familiare per esaminare la mascolinità, il distacco generazionale e l’illusione del controllo, parla di genitorialità nell’Europa orientale, limiti morali e del perché voleva che il pubblico diventasse testimone silenzioso, più che detective. Il film è attualmente in gara nel Concorso internazionale del Locarno Film Festival.

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Cineuropa: Michel Houellebecq ha detto una volta che la genitorialità non ha più senso perché il mondo cambia così in fretta che i genitori non possono più trasmettere un’esperienza significativa. Il suo film sembra parlare proprio di questa rottura.
Florin Șerban:
È stato quello il punto di partenza. Ma non penso che questo scollamento appartenga solo al nostro tempo. Ogni adolescente sente che i genitori non lo capiscono – io di certo lo sentivo. Poi sono diventato genitore e mi sono trovato ad affrontare la stessa lotta.

All’inizio, la storia riguardava una madre single e il figlio adolescente. Col tempo, mi sono reso conto che parlava anche della mia generazione nell’Europa orientale. Dopo la caduta del comunismo, all’improvviso abbiamo avuto opportunità che i nostri genitori non avevano mai avuto. Credevamo che il mondo fosse nostro, così ci siamo buttati nelle carriere e nella ricerca del successo, convinti di assicurare un futuro migliore ai nostri figli. Paradossalmente, però, spesso ci siamo allontanati da loro ancora di più di quanto i nostri genitori lo fossero stati da noi. Questo è particolarmente vero per gli uomini. Diventiamo iperattivi, convinti di poter controllare tutto. Eppure, più ci sforziamo di dominare il mondo, più le cose importanti – la famiglia, le relazioni e persino noi stessi – ci sfuggono.

È la descrizione perfetta del suo protagonista, Marius. Vuole controllare tutto, ma il mondo continua a sfuggirgli, giusto?
Perché il mondo ci sfugge sempre. Da adulti abbiamo l’illusione di avere il controllo, ma in realtà non lo abbiamo mai. Potrei uscire da questa stanza ed essere investito da un automobilista spericolato. La vita è caotica. Rifiutarsi di accettare quel caos è, credo, una caratteristica particolare della mascolinità dell’Est. Il film esplora anche l’illusione di essere tolleranti. Ci piace pensarci aperti, ma quando ci troviamo di fronte a persone diverse da noi, che si tratti di minoranze etniche, sessuali o sociali, molti pregiudizi restano.

Nelle sue note di regia si menziona un esercizio di recitazione su un padre che prova un’immensa avversione per il figlio. È diventato quello il nucleo emotivo del film?
Durante una pausa dal cinema, mi sono concentrato sulla scuola di recitazione che ho fondato. Chiedo spesso agli attori di esplorare territori emotivi scomodi. Un esercizio immaginava un padre che semplicemente non vuole stare vicino al proprio figlio. Da genitore, è quasi impossibile da immaginare. Ma cosa succede se tuo figlio rifiuta tutto ciò in cui credi? Se non ti assomiglia nei valori o nel temperamento – o persino fisicamente? Dal punto di vista drammatico, questo è diventato affascinante. Non è che il padre non tenga al figlio; è che, a un livello quasi istintivo, non si riconosce più in lui.

Parliamo anche delle madri: in Se voglio fischiare, fischio, la madre è negligente, mentre qui è morta. Quell’assenza è collegata alla mancanza di empatia del figlio e al suo comportamento criminale?
Durante le ricerche per Se voglio fischiare, fischio, ho trascorso mesi nelle carceri minorili. Circa il 90% dei ragazzi che ho incontrato era cresciuto senza madre. Provenivano da contesti molto diversi, ma quella assenza era una costante. Non sto dicendo che la mancanza di una madre porti direttamente al crimine, ma penso che possa rendere molto più difficile comprendere emotivamente il mondo e sviluppare empatia. 

Lo stile del film è quasi iperrealista. Spesso osserviamo padre e figlio separatamente, come se spiassimo di nascosto lo svolgersi delle loro vite. Qual era la sua intenzione?
Volevo che gli spettatori sentissero di sbirciare da un piccolo foro nel muro, guardando la realtà svolgersi senza che io indirizzassi costantemente la loro attenzione con il montaggio o con trucchi visivi. Non credo di avere uno stile fisso. Ogni storia richiede il proprio linguaggio. Qui, la sobrietà mi è sembrata la scelta giusta perché volevo che il pubblico diventasse un testimone silenzioso.

Eppure svela molto presto chi ha commesso il crimine. Invece di lasciare che il pubblico esiti e si chieda se il ragazzo sia davvero un criminale, la suspense nasce dalla relazione stessa.
È stata una scelta consapevole. Non volevo un whodunnit all’americana, perché distoglie l’attenzione dalle vere domande: cos’è l’amore genitoriale? Fin dove si spingerebbe un padre per suo figlio? La sua motivazione è l’amore o l’immagine di sé? Che cosa significa davvero mascolinità? Ammiro Robert Bresson perché ha spogliato il cinema di molti dispositivi drammatici convenzionali e ci ha costretto a guardare altrove. Volevo fare qualcosa di simile. Sappiamo cosa è successo; concentriamoci ora sul perché conta. 

A quanto pare, molti dei suoi attori provengono dalla sua scuola di cinema. Quanto era importante per lei?
Abbiamo trascorso anni a sviluppare un approccio che non si basa sul Metodo. Invece, partiamo dalla persona. Cerchiamo di costruire il personaggio a partire dalla storia, dalla personalità e dalla verità emotiva dell’attore. A volte scrivo persino ruoli specificamente per loro. Gli interpreti del figlio, dell’amante di Marius e del personaggio rom sono arrivati tutti attraverso questo processo. Per me, il punto più interessante è quello in cui attore e personaggio si incontrano a metà strada.

 

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(Tradotto dall'inglese)

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