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LOCARNO 2026 Piazza Grande

Dario Albertini • Regista di Armony

“Armony rappresenta proprio una persona che ha trovato una propria dimensione e che, in qualche modo, sta bene nella sua terra di mezzo”

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- Il regista italiano parla del film basato sul quotidiano di personaggi che hanno scelto di vivere una vita diversa, una vita comunitaria basata sulla tenerezza e il rispetto reciproco

Dario Albertini • Regista di Armony
(© Locarno Film Festival/Ti-Press)

Il regista italiano Dario Albertini parla del suo ultimo film Armony presentato in Piazza Grande al Locarno Film Festival.

Cineuropa: Come nasce l’idea del film e perché ha scelto di raccontare queste “famiglie scelte”, che si formano al di là dei legami di sangue?
Dario Albertini: L’idea nasce tantissimi anni fa, da un vicino di casa che mi incuriosiva molto. Era una persona per certi aspetti simile al protagonista, anche se per motivi diversi, e mi colpiva soprattutto la sua volontà di vivere tenendo a bada sentimenti e affetti. Non era soltanto una questione di vivere ai margini, intesi geograficamente o socialmente, era più una condizione esistenziale: stare un po’ fuori, in una sorta di terra di mezzo. Poi, con Pamela Schettino, che è stata una mia amica e una donna trans che ha vissuto per molti anni una realtà fatta di pregiudizi, ho avuto modo di rimettere continuamente in discussione tante delle mie convinzioni. Lei è stata fondamentale per approfondire e arricchire tutto il progetto. In realtà, poi, mi sono reso conto che anch’io, nella mia vita quotidiana, frequento molto persone che vivono in questa sorta di terra di mezzo. E forse, inconsciamente, anch’io avevo scelto di arginare un certo tipo di affetti. Durante la lavorazione del film ho scoperto che sarei diventato padre e questo ha completamente cambiato il mio modo di guardare la storia.

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Il protagonista, Armony, sembra agli antipodi rispetto agli stereotipi che molti associano alle persone che scelgono di vivere ai margini. Come ha costruito questa figura?
Era proprio questa l’idea. Volevo raccontare una persona semplice, una persona fragile, ma fragile in senso positivo. La mia vita mi porta a frequentare molte persone di questo tipo e, grazie al cinema, quando mi capita di raccontare qualcuno provo inevitabilmente un’attrazione verso certe storie e certi personaggi. Armony rappresenta proprio questo: una persona che ha trovato una propria dimensione e che, in qualche modo, sta bene nella sua terra di mezzo. La terra di mezzo, però, non deve essere necessariamente un passaggio verso qualcos’altro. E lì è entrata la mia “cattiveria” d’autore: mettere in crisi quella condizione, perché il problema nasce quando, dentro quella terra di mezzo, costruisci uno scudo e tieni lontani gli affetti.

Nel film sono molto importanti anche le figure femminili, agli antipodi di quello che una donna dovrebbe fare o essere. Che ruolo hanno avuto nella costruzione del film?
Le donne nel film sono fondamentali. Ognuna di loro incarna una propria storia e una propria idea di identità. Clara Tramontano, per esempio, che interpreta la giovane vicina di casa incinta, mi ha colpito molto. Del suo personaggio mi interessava quella sua insofferenza, ma allo stesso tempo la capacità di stare dentro quella famiglia scelta, che per lei era rassicurante, formata da Armony, la sua nipotina e Pamela. Non era la persona fuori dal gruppo che chiedeva di essere capita: era perfettamente amalgamata con gli altri, pur mantenendo il proprio modo di essere. Per tutti i personaggi il corpo diventa uno strumento di trasformazione dell’identità. Mi interessava mostrare il modo in cui queste persone si preparano, si sistemano, si fanno belle per andare in determinati luoghi o confrontarsi con determinate istituzioni, come nel caso dell’incontro con l’assistente sociale. C’è qualcosa di estremamente toccante in questa cura per i dettagli. Volevo che rimanesse soprattutto questa ambivalenza tra le aspettative sociali e il loro voler essere coerenti con la loro identità.

C’è un riferimento letterario che sembra avere un peso particolare nel film. Penso alla citazione finale di Pier Vittorio Tondelli.
Per me questo autore è stato molto importante. Quando ho bisogno di qualcosa, torno a ricercarlo nei suoi libri, in particolare in Pao Pao. È un autore che mi ha toccato profondamente e quel passaggio l’ho trovato perfetto per il film. L’idea è quella di un ragazzo che, a un certo punto, si trova a interrogarsi su come sarà la sua vita da lì in avanti. Non sa che cosa succederà, ma comprende che, se avrà un territorio, un luogo in cui poter esercitare l’affetto, allora sarà salvo. Questa cosa mi ha colpito molto e mi sembrava perfettamente in sintonia con il film.

Nel film affronta una realtà molto concreta, a tratti anche dura, ma lo fa sempre con una certa tenerezza e senza cadere mai nel miserabilismo. Quanto era importante trovare questo equilibrio?
Era fondamentale. Volevo raccontare una realtà anche molto cruda, ma senza giudicarla e senza trasformarla in qualcosa di triste. C’è sempre stato il desiderio di mantenere una certa dose di tenerezza e soprattutto un grande rispetto per le persone che raccontavo. Forse è proprio questo equilibrio che permette al film di essere vicino ai suoi personaggi senza guardarli dall’esterno, senza trasformarli in qualcosa di diverso da quello che sono.

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