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LOCARNO 2026 Concorso

Giovanni Tortorici • Regista di Ketticè

“Il film mi offriva la possibilità di esplorare i rapporti di potere tra l’individuo e la famiglia, e tra l’individuo e le istituzioni, in particolare con la scuola”

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- Il regista parla del suo film, al contempo ironico e potente, che parla di un’età sospesa tra desiderio di libertà, violenza, droga e bisogno di appartenenza

Giovanni Tortorici • Regista di Ketticè
(© Locarno Film Festival/Ti-Press)

Il regista italiano Giovanni Tortorici parla del suo ultimo film Ketticè presentato nel Concorso internazionale del Locarno Film Festival.

Cineuropa: Il film sembra avere una forte componente autobiografica. Come ha trovato la giusta distanza per trasformare i suoi ricordi in una narrazione cinematografica?
Giovanni Tortorici: Il film è nato dopo che avevo finito Diciannove, il mio primo film. In quel momento mi sono imbattuto in una vecchia sceneggiatura che avevo scritto quando avevo ventidue anni. Parlava proprio dei miei sedici anni. Mi è venuta così una sorta di nostalgia per quel mondo che per me era stato così importante e formativo e che, nel frattempo, sentivo dissolversi. Volevo recuperare una realtà che ormai era quasi perduta. Allo stesso tempo, quella storia mi offriva la possibilità di esplorare temi che mi interessano molto, come i rapporti di potere tra l’individuo e la famiglia, tra l’individuo e le istituzioni, e in particolare il rapporto con la scuola. Era anche un periodo in cui stavo leggendo molto sulla psicanalisi, ma anche Sorvegliare e punire di Michel Foucault. Oggi forse non si parla più così spesso della scuola come istituzione repressiva e borghese; mi sembra una prospettiva che si è un po’ persa. Il lavoro sul ricordo, sul trauma e sull’autoanalisi è quindi diventato centrale. In un certo senso, il film nasce anche da questo tentativo di tornare indietro e interrogare ciò che avevo vissuto.

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Nel film c’è una componente umoristica molto forte, ma anche qualcosa di deliziosamente decadente e di eccessivo. Penso, per esempio, al personaggio della madre. Ci sono dei riferimenti cinematografici precisi dietro questo tono?
Sicuramente ci sono dei registi che mi sono cari: John Waters e Harmony Korine sono importanti per me e fanno parte della mia formazione. Ma devo dire che non ho affrontato il lavoro partendo consapevolmente da quei riferimenti. Forse, in maniera abbastanza naturale, mi è venuto spontaneo, in certi punti, calcare un po’ la mano. Penso che spesso la rappresentazione cinematografica e mediatica tenda a rendere la realtà più seria di quanto non sia. Nella vita, invece, le situazioni possono avere una componente di comicità involontaria molto forte. Secondo me si ride più spesso nella vita che nei film. Quindi, nel tentativo di essere realistico, mi sembrava giusto lasciare entrare la comicità anche in contesti più seri, magari quando si parla di rapporti di forza, di potere o di situazioni potenzialmente drammatiche.

Nel film le ragazze sono forti, sfacciate, sembrano sfidare gli stereotipi tradizionali della femminilità. Come hai costruito questi personaggi?
Mi piaceva molto l’idea di mostrare, attraverso Ketty per esempio, una forma di anticonformismo. Quando decide di litigare e di alzare le mani con l’altra ragazza, perché questa continua a dire in giro delle cose su di lei, si scatena immediatamente una sorta di shitstorm. Penso che sia un personaggio profondamente anticonformista. E credo che, nel suo caso, la violenza possa essere letta anche come una risposta a un sistema oppressivo. Il fatto di sentirsi costantemente giudicata, imbrigliata e definita dagli altri produce una forma di oppressione. Da questo punto di vista, la sua violenza è una reazione: non è una sottomissione a quella dinamica.

Il rapporto tra Ketty e Giulio sfugge alle categorie più convenzionali. Non è semplicemente una relazione romantica, né una semplice amicizia: sembra essere soprattutto una forma di sostegno reciproco.
Sì, mi interessava proprio questo. La loro relazione non deve necessariamente rientrare nelle categorie che ci aspetteremmo di trovare in un teen movie. È una relazione che può essere contemporaneamente amicizia, sostegno, complicità e forse anche qualcosa di romantico. Ma soprattutto è un rapporto tra due persone che condividono una certa diversità e una certa ricerca di anticonformismo. Mi interessava molto poter raccontare questo tipo di legame senza doverlo definire completamente.

Una delle cose più sorprendenti del film è proprio il modo in cui rappresenta gli adolescenti. A volte qualcuno potrebbe considerare alcuni comportamenti o dialoghi eccessivi, ma in realtà sembrano molto autentici. Era una scelta precisa?
Nel mio film volevo restituire quella spontaneità, anche quando può sembrare eccessiva. Credo che sia importante permettere ai personaggi adolescenti di essere adolescenti, senza trasformarli necessariamente in portavoce di una tesi o in adulti in miniatura. In fondo, è anche questo che mi interessava recuperare attraverso il film: non soltanto un periodo della mia vita, ma un certo modo di stare al mondo che oggi sento molto lontano e che, proprio per questo, avevo bisogno di guardare nuovamente.

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