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VENEZIA 2026 Orizzonti

Alina Marazzi • Regista di La ragazza con la Leica

"Volevamo restituire visibilità a una figura femminile dimenticata dalla storia"

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- VENEZIA 2026: La regista italiana ci parla del suo ritratto di Gerda Taro, compagna e collega di Robert Capa, la prima fotoreporter morta sul campo di battaglia

Alina Marazzi • Regista di La ragazza con la Leica
(© 2026 Fabrizio de Gennaro per Cineuropa - fadege.it, @fadege.it)

Il film che ha aperto la sezione Orizzonti della Mostra di Venezia, La ragazza con la Leica, è un ritratto di Gerda Taro, compagna e collega di Robert Capa, la prima fotoreporter morta sul campo di battaglia, durante la guerra civile spagnola. Ne abbiamo parlato con la regista Alina Marazzi.

Cineuropa: Il film è liberamente ispirato al romanzo omonimo di Helena Janeczek. L'autrice ha collaborato con voi?
Alina Marazzi: Sì, con Helena abbiamo lavorato a un primo adattamento del libro. Ci conoscevamo già, quando lessi il libro pensai subito che avrebbe potuto diventare un film. Poi la produzione ha opzionato i diritti del libro. Andando avanti con la produzione, abbiamo coinvolto la sceneggiatrice Valia Santella. Elena, però, non desiderava di essere coinvolta direttamente nella sceneggiatura, anche perché stava lavorando a un altro libro. C’è stato quindi, da parte sua, un grande atto di fiducia nel lasciarci liberi di adattare il suo romanzo. Nel libro Gerda viene evocata attraverso il ricordo dei suoi tre amici più cari. Noi abbiamo invece deciso di adottare il punto di vista di Gerda. E abbiamo aggiunto anche la voce fuori campo, per rendere il film più introspettivo.

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Dal punto di vista visivo, è stato dato molto spazio alle immagini, con molti riferimenti di quell'epoca.
Anche il romanzo è molto dettagliato e pieno di riferimenti storici molto precisi. Molte cose che sono nel film, come per esempio l’inserto del film L’Atalante oppure quello del film tedesco Kuhle Wampe, sono già presenti nel romanzo. Il resto viene dal contesto dell’epoca. Abbiamo iniziato le ricerche d’archivio già nella prima fase di sviluppo e di scrittura. Questo materiale è stato condiviso con la sceneggiatrice e successivamente anche con il direttore della fotografia e con il cast. Quando abbiamo definito il cast, avevo raccolto tutto questo materiale e per me era diventato una sorta di agenda di riferimento.

La produzione tedesca ha avuto un ruolo importante anche nella scelta del cast?
Quando si è finalizzata la coproduzione tedesca, l’idea era comunque quella di fare un film internazionale, con un cast europeo. Abbiamo scelto di utilizzare soprattutto attori tedeschi e la lingua tedesca per una maggiore aderenza alla realtà. Non conoscevo ancora Emilia Schüle, la protagonista, ma gli attori fanno tutti parte di una generazione di emergenti, tutti molto talentuosi, e con esperienze diverse.

Il film è montato con materiali differenti, quello che avete girato voi, in due formati, e le immagini d’archivio.
Abbiamo girato il film in pellicola, in 16 mm. È stata una scelta estetica che la produzione ha sostenuto, perché c’era l’idea di avvicinare il girato al repertorio in pellicola, al bianco e nero e alle fotografie. Abbiamo anche girato alcune sequenze in Super 8: riprese abbastanza spontanee, che poi abbiamo deciso di inserire nel montaggio. Abbiamo inoltre scelto il formato 4:3, invece di quello panoramico, proprio per avvicinare il girato al formato degli archivi e delle immagini in bianco e nero.

Gerda era una donna brillante che è stata dimenticata troppo presto.
Gerda è stata a lungo dimenticata, nonostante fosse parte integrante della storia di Robert Capa e del loro lavoro. È la storia di una donna che viene messa in ombra da un uomo che diventerà un personaggio quasi leggendario. È un tema che riguarda spesso anche le coppie artistiche: può esserci una grande collaborazione, una grande intesa creativa, ma poi è l’uomo a ricevere il credito maggiore. Nel loro caso, per un primo periodo decisero addirittura di utilizzare la stessa firma. A un certo punto, però, Gerda sentiva forse che quel legame sentimentale e professionale stava diventando limitante. Pochi mesi dopo, morì. Le sue fotografie finirono nell’archivio di Capa e, quando nel 1954 morì anche lui, nessuno si è più chiesto chi avesse scattato quelle fotografie. Quindi c’era sicuramente anche il desiderio di restituire visibilità a una figura femminile dimenticata dalla storia.

C’è una evidente contemporaneità nella figura di Gerda. In che modo il film l’ha sottolineata?
Proprio nel modo in cui è descritta anche nel romanzo, Gerda sembra un personaggio molto contemporaneo: ha una grande autonomia, una grande libertà e una forte spinta verso l’indipendenza. È questo che me l’ha fatta sembrare una donna contemporanea. Anche nell’idea di messa in scena abbiamo cercato di sottolinearlo. E' un film in costume, ambientato negli anni Trenta, però abbiamo voluto, sia attraverso i movimenti di macchina e lo stile di ripresa, sia attraverso la recitazione degli attori, restituire una certa spontaneità e una dimensione più vicina al presente. Non volevamo fare un film ingessato, polveroso, troppo legato all’idea classica del film storico.

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