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VENEZIA 2026 Orizzonti

Edoardo Gabbriellini • Regista de La città dei vivi

“Il film è stato pensato come uno sguardo pudìco, che non diventa mai morboso”

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- VENEZIA 2026: Il regista italiano ci racconta la sua trasposizione cinematografica da un romanzo-inchiesta sul caso di un omicidio efferato

Edoardo Gabbriellini • Regista de La città dei vivi
(© 2026 Fabrizio de Gennaro per Cineuropa - fadege.it, @fadege.it)

Presentato alla Mostra di Venezia nella sezione Orizzonti, La città dei vivi ricostruisce l'omicidio di Luca Varani, avvenuto a Roma nel marzo del 2016, che scosse l’opinione pubblica per la sua crudeltà. Ne abbiamo parlato con il regista Edoardo Gabbriellini.

Cineuropa: Gli sceneggiatori Damiano e Fabio D'Innocenzo hanno ritirato la loro firma. Cos’è accaduto?
Edoardo Gabbriellini: E’ una cosa che mi dispiace. Ho costruito il film prendendomi delle libertà, perché era un film così delicato, sia nella messa in scena che nel montaggio, che è la ulteriore, definitiva scrittura di un film. Sicuramente ho applicato dei tagli allo scritto originale: durante la messa in scena i film fisiologicamente prendono spesso una forma inaspettata, non immediatamente visibile. Perché il film viene incarnato da un corpo, voci, spazi che sono leggermente diversi da quelli sulla carta. Quando comincia a prendere una forma, l'unica cosa che puoi fare è aderirvi. Su quei cambiamenti evidentemente loro non si sono trovati d'accordo.

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Rispetto all’omonimo libro di Nicola Lagioia, da cui è tratto, il film adotta la prospettiva della vittima. Un tradimento del testo?
Il testo va sempre tradito, l'ha detto lo stesso Nicola Lagioia, che ha usato anche un'espressione che ho amato molto: “è come il capitolo che non ho scritto del libro”. Sono stato molto contento nel vederlo commosso dopo la prima visione del film. Però è ovvio che la trasposizione abbia poi la forma e la specificità del cinema.

Qual è stato il rapporto con Lagioia, che firma il soggetto del film, nella realizzazione del film?
E’ sempre stato un dialogo aperto a 360 gradi, fin dall'inizio. Lui ha questo approccio meravigliosamente laico, per cui ho sentito che si affidava al nostro progetto, lasciandomi lo spazio per fare il lavoro che ero chiamato a fare: quello del regista, quello di chi mette in scena la storia.  Il film è necessariamente una riduzione. E il romanzo di Nicola peraltro ha anche una corposità notevole. Farne una trasposizione più aderente rischiava di diventare una delusione per i lettori del libro. Noi abbiamo preso una sottotraccia, un filo rosso che esiste nel libro e che semplicemente è tenuto più sotterraneo e noi lo abbiamo illuminato. Il libro toccava altre note, altre corde.  C'è stato anche un bellissimo podcast sempre di Nicola che è una variazione sul tema. Noi abbiamo voluto dare una ulteriore esperienza di fruizione a chi andrà a vedere il film.

La recitazione dei giovani protagonisti è molto naturale. Come hai organizzato la direzione degli attori?
C'era da accordare strumenti diversi perché Valerio Mastrandrea è un professionista con una lunga storia cinematografica, ed Emanuele Maria Di Stefano che è giovane ma già con delle esperienze alle spalle, quindi è un attore di talento, con una carriera davanti, però ancora in erba. E poi Gaia Merlonghi che è una ragazza che abbiamo trovato dopo un lungo street casting in un quartiere di Roma. Tutti e tre hanno una grandissima capacità di ascolto, e si sono sintonizzati subito.

Ha risolto tutta la violenza grafica del libro senza mostrarla direttamente, con un piano sequenza sulle stanze macchiate di sangue.
Tutto il film è stato pensato su un'idea di tenerezza, di uno sguardo pudìco e di conseguenza non è mai stata nostra intenzione rimanere in quell'appartamento durante la ferocia di quei lunghi momenti. Hitchcock insegna che suggerire è più potente del mostrare esplicitamente. Non amo quel tipo di sguardo un po' voyeristico, che diventa morboso.

Quella del film è una famiglia che, come molte famiglie, non sa cosa fanno i figli quando escono di casa.
Da padre di un figlio di 22 anni, quello che mi ha spinto in maniera viscerale a raccontare questa storia era il desiderio di esorcizzare, rimettere la giusta distanza fra me e ciò che mi terrorizza come genitore. Perché comunque ricordo abbastanza bene quella stagione della vita, ed è un momento in cui è facilissimo inciampare. Hai vent'anni, vuoi tutto, lo vuoi subito. Ma non sai veramente cosa vuoi, è tutto fuori fuoco. In più in una società come quella di oggi, in cui sei iperstimolato, sembra che il mondo ti possa offrire tante cose senza garantirtene nessuna.

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