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VENEZIA 2026 Concorso

May el-Toukhy • Regista di Woman Unknown

“Siamo a un punto in cui siamo in grado di raccontare storie sulla Seconda guerra mondiale e mostrare le complessità del periodo”

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- VENEZIA 2026: La regista danese-egiziana parla di cosa l'ha portata verso un capitolo così oscuro dell'era immediatamente successiva alla Seconda guerra mondiale

May el-Toukhy • Regista di Woman Unknown
(© 2026 Fabrizio de Gennaro per Cineuropa - fadege.it, @fadege.it)

In concorso all'83ma Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, il film danese Woman Unknown torna ai giorni della liberazione del 1945, quando l'Europa si liberò finalmente dal giogo nazista. Accanto alle celebrazioni euforiche, si consumarono anche brutali atti di vendetta, talvolta rivolti contro le donne che avevano intrecciato relazioni sentimentali con soldati tedeschi. La regista May el-Toukhy racconta cosa l'ha spinta ad affrontare questo capitolo oscuro di quell'epoca.

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Cineuropa: Nelle sue note di regia si legge: “Woman Unknown esplora il tema del corpo femminile come campo di battaglia”. Può approfondire?
May el-Toukhy:
Quella formulazione e quella prospettiva nascono dalla mia ricerca sulle donne danesi che ebbero relazioni con soldati tedeschi – ed è stata una ricerca approfondita. Mi sono rivolta soprattutto ai lavori di Annette Warring, una professoressa di storia che ha trascorso vari anni a studiare la condizione di queste donne, e ho anche avuto la possibilità di intervistarne alcune quando erano ancora in vita. Nella sua tesi, lei definisce il corpo femminile un dominio pubblico e, nelle epoche di guerra, una zona di battaglia alla mercé di tutti. Il corpo della donna è stato considerato un'identità nazionale e un territorio nazionale. E quella tesi è stata fondamentale per comprendere che cosa queste donne abbiano vissuto nelle prime settimane dopo la liberazione. È uno dei temi cardine del film. Ma esploriamo anche ciò che accade in casa di Marie, a porte familiari chiuse, dove anche il suo corpo è, per così dire, un territorio.

Sta per sposare Christian, un vedovo benestante dell'alta borghesia, parecchi anni più grande di lei, non per amore ma in cambio di sicurezza e agio. Ci sono delle affinità con un altro film danese, Day of Wrath, sebbene sia ambientato nel Seicento e tratti di caccia alle streghe. Eppure questo si adatta bene anche alla situazione che il suo film ritrae.
È un ottimo riferimento per più di un motivo. Il regista di quel film, Carl Theodor Dreyer, per il suo modo di creare un universo minimalista, è qualcuno a cui mi sono molto ispirata durante la lavorazione di Woman Unknown – per creare una scenografia che somigliasse quasi a un palcoscenico teatrale, in stile greco classico. Conferisce ai personaggi una sensibilità quasi mitologica. Insieme alla sceneggiatrice Maren Louise Käehne, ho puntato a qualcosa che avrebbe potuto svolgersi 2.000 anni fa: un universo davvero universale.

Quanto alle cacce alle streghe, in una primissima fase avevamo pensato di ambientare il film nel XVI secolo. Ma abbiamo deciso di abbandonare quell'idea, anche perché molti cacciatori di streghe covavano rancori personali verso determinate donne, e quella prospettiva ci è sembrata troppo ristretta rispetto all'ampiezza che cercavo. Così abbiamo deciso di concentrarci sulle donne del secondo dopoguerra.

Le immagini di quella liberazione del 1945 sono state molto care, quasi sacre, per tantissime persone. Col tempo sono arrivati nuovi sguardi, di recente anche grazie alla trilogia di film di Anders Refn che si è appena conclusa con The Price of Peace. Che cosa pensa del superamento di quella visione idealizzata di quei giorni straordinari che segnarono la fine di cinque anni di terrore?
Credo che siamo arrivati a un punto in cui possiamo raccontare storie della Seconda guerra mondiale e restituire le complessità del periodo. All'epoca c'era ovviamente un grande bisogno di nazionalismo, dopo quei cinque anni. Ma sono passati 80 anni, anzi 81. Penso che siamo pronti ad abbracciare la complessità. 

In Queen of Hearts, la protagonista era interpretata dalla prolifica Trine Dyrholm, probabilmente una delle attrici europee più importanti del nostro tempo. Woman Unknown ha per protagonista un volto nuovo, Mathilde Arcel. Può parlarci di questa scelta?
Sentivo che fosse importante avere una donna sconosciuta nel ruolo principale di Woman Unknown, non un'attrice già affermata, con un'identità consolidata. Questo aggiunge un ulteriore strato al film: conoscere Marie, la protagonista, e scoprire chi sia davvero. Un volto nuovo e fresco – anche se ho già visto Mathilde in ottimi lavori in patria – mi è sembrato quello giusto qui, sulla scena internazionale. 

In Queen of Hearts, la sua protagonista prende decisioni dalle conseguenze devastanti per sfuggire a un disastro. In Woman Unknown, Marie fa qualcosa di molto simile. Per caso sta pensando a una sua trilogia incentrata su questo tema?
Perché no [ride]? Sono molto interessata a esplorare la persona nella sua interezza, i suoi lati buoni e quelli cattivi, e non mi interessa raccontare la storia di un carnefice a una sola dimensione o di una vittima a una sola dimensione. Non è un film che guarderei.

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(Tradotto dall'inglese)

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