Tommaso Landucci • Regista de I figli della scimmia
“Per me era molto importante che il pubblico comprendesse questo padre e la spirale negativa in cui cade”
- VENEZIA 2026: Il giovane regista italiano ci parla del suo approccio alle problematicità di una famiglia con un figlio disabile

Un padre si ritrova diviso tra il figlio reale e quello ideale, innescando un gioco di proiezioni che rischia di incrinare gli equilibri dell’intera famiglia. Tommaso Landucci ha diretto Riccardo Scamarcio in I figli della scimmia, un dramma familiare in concorso nella sezione Orizzonti della Mostra di Venezia che è stato premiato sia per la sceneggiatura che per l’interpretazione del protagonista. Abbiamo discusso con il regista della genesi e della realizzazione del film.
Cineuropa: Come ti sei avvicinato al tema della disabilità, che è alla base di questo dramma familiare?
Tommaso Landucci: Ho fatto un lungo lavoro di ricerca insieme allo sceneggiatore Damiano Femfert, inizialmente parlando con famiglie, genitori, dottori. A nord di Milano c’è un centro molto grande dedicato alla cura e alla riabilitazione delle persone con disabilità che ci ha accolto e abbiamo cominciato a fare un po' di ricerche là. La disabilità non è una cosa che io conoscessi direttamente. Non mi sentivo comunque pronto, nonostante avessi fatto leggere parte della sceneggiatura a medici e famiglie per entrare nei dettagli. Ero sicuro di volere nel cast un ragazzo con una disabilità reale, anche se sarebbe stato più difficile da trovare. Andrea Aggio ha una paralisi cerebrale infantile, non ha una comunicazione verbale, ma non ha problemi dal punto di vista cognitivo. Se non ci fosse stato il pieno consenso da parte sua, se non fosse stato consapevole di quello che stava facendo – cioè recitare - si sarebbe posta una questione etica, sarebbe diventata pornografia del dolore. Peraltro i genitori di Andrea sono fantastici e con loro abbiamo anche creato delle scene che non erano nella sceneggiatura, come ad esempio il gioco di carte che si vede nel film, che ad Andrea piace molto.
Stiamo assistendo alla trasformazione del ruolo paterno, soprattutto in relazione alla parità di genere e alla crescente partecipazione dei padri nella cura dei figli. Che tipo di padre è quello del film, il cui figlio non corrisponde a quello “ideale”?
A livello drammaturgico avrebbe potuto esserci un figlio depresso o drogato o omosessuale. Però credo che quello che abbiamo trovato nell’avere un figlio con disabilità sia entrare in una zona più grigia in cui il giudizio negativo per il padre che si allontana dal figlio viene mitigato da un'empatia che non deve essere spiegata, è immediata. Non ti va di condannarlo e per me era molto importante che il pubblico volesse bene a questo padre. Abbiamo visto già nelle lunghe fasi di scrittura che le persone che abbiamo coinvolto comprendevano questa sua scissione, questa sua spirale negativa. Abbiamo organizzato anche degli screening internazionali con risultati positivi. In precedenza avevamo partecipato ad Alpi Film Lab, un laboratorio di sviluppo con la Francia organizzato da Torino FilmLab, molto bello, e poi abbiamo partecipato al Sam Spiegel International Film Lab, forse uno dei più prestigiosi, dove la sceneggiatura ha vinto il premio più importante, e infine in Italia ha vinto il Solinas.
Riccardo Scamarcio è molto a suo agio nei panni del padre. Come avete lavorato insieme?
Riccardo è stato perfetto in questo film, sin da subito. Ricordo il giorno che ci siamo incontrati a casa sua per parlare della sceneggiatura, che gli era piaciuta. Una delle paure che avevamo riguardo a questo testo è che non è basato su un plot point molto strutturato, non c'è nessun colpo di scena, non c'è quella serie di elementi che ti aiutano a tenere attento il pubblico. Riccardo ha detto di aderire a quella idea di cinema. Ha dato veramente una interpretazione incredibile. E’ stato eccellente anche nel rapporto con Andrea Agio, tra di loro è nata subito della chimica. Andrea all'inizio sul set era un po' timoroso, poi ci ha preso gusto, proponeva anche lui delle scene, le voleva rifare. Riccardo all’inizio gli faceva da coach e piano piano sono diventati colleghi.
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