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VENEZIA 2026 Concorso

Marco Bechis • Regista di Ritorno a Buenos Aires

“Viviamo in un'epoca in cui i sopravvissuti sono dappertutto”

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- VENEZIA 2026: Il regista italiano spiega i motivi, molto attuali, che lo hanno spinto a tornare sul tema della dittatura militare in Argentina

Marco Bechis • Regista di Ritorno a Buenos Aires
(© 2026 Isabeau de Gennaro per Cineuropa @iisadege)

Un uomo segnato dalla dittatura (Adriano Giannini) è chiamato a tornare in Argentina per testimoniare al processo contro i militari responsabili del suo sequestro e delle torture. Con Ritorno a Buenos Aires, presentato in concorso all’83ma Mostra di Venezia, Marco Bechis compie un nuovo viaggio nella memoria per affermare che i sopravvissuti devono diventare testimoni e dare un senso alla giustizia.

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Cineuropa: Nel 1977 sei stato sequestrato dalla polizia nella capitale argentina e portato in un carcere clandestino. Ma il protagonista del film non sei tu. Come hai individuato quel personaggio?
Marco Bechis:
Ho conosciuto una persona che è mancata due anni fa, Mario Villani, uno dei tre nomi a cui il film è dedicato, che ha passato più di quattro anni sequestrato in diversi campi di concentramento. Ha scritto un libro molto bello assieme al professore di letteratura negli Usa Fernando Reati in cui racconta esattamente tutte le sue fasi della prigionia. Villani era un fisico, quindi era un genio nel risolvere problemi pratici e ha iniziato aggiustando la pompa dell'acqua dei bagni di questo sotterraneo in cui era costretto. Lo tenevano in vita perché gli serviva. Lui si ingegnava per essere sempre utile con l'ansia che in qualunque momento qualcuno lo mandasse a morire. Alla fine hanno cominciato a farlo uscire, un weekend a casa: era come un fantasma, nessuno degli amici si faceva vedere per paura. Quando è arrivata la democrazia per sei mesi hanno continuato a chiamarlo al telefono, minacciandolo, finché ha avuto il coraggio di rivolgersi ad una organizzazione per i diritti umani. È diventato uno dei testimoni più importanti, perché aveva una lista di nomi di aguzzini.

Nel film è invece un giovane medico, che collabora somministrando il pentothal ai prigionieri diretti sugli aerei da cui saranno scaraventati nell’oceano. Il film mostra bene questo processo di assoggettamento che portava a fare i nomi dei propri compagni.
Villani ha raccontato molto sinceramente che lui ha dovuto dare dei nomi dei suoi compagni che poi sono scomparsi, mentre lui è rimasto vivo. Il pentothal non c'è ma il concetto è lo stesso. Venivano portati in auto e dovevano indicare quelli da arrestare, con la minaccia di tornare al tavolo di tortura. La picana elettrica provocava un dolore lancinante, insopportabile.

Dopo Garage Olimpo e Figli/Hijos perché hai sentito il bisogno di realizzare questo film?
Io parlo di cose che so, e la scelta di questo tema è stata dettata dalla percezione che viviamo in un'epoca in cui i sopravvissuti sono dappertutto - Gaza, Africa, dove non sappiamo neanche cosa stia succedendo - e che allo stesso tempo pochissimi di questi sopravvissuti sono testimoni nei processi contro chi ha perpetrato questi crimini. Parliamo di Netanyahu ma parliamo anche del 7 ottobre, di quello che sta succedendo in Ucraina. A questo punto ci si chiede se siamo diretti in un’epoca in cui saremo tutti sopravvissuti ma non ci saranno testimoni in un un processo che non sana le ferite più profonde ma se non altro dà un senso alla giustizia. Il percorso tra essere sopravvissuto e diventare testimone è quello che io racconto nel film. Il protagonista ci ha messo 30 anni per diventare testimone e noi raccontiamo il momento in cui prende la decisione.

Racconti anche una generazione che pensava di fare la rivoluzione ed è stata sconfitta. Cosa è rimasto?
Eravamo velleitari, eravamo ideologici, eravamo ingenui, evidentemente ci credevamo sul serio. È rimasta la voglia di cambiare, ognuno nel proprio campo. Io faccio cinema militante, nel senso che non tratto temi necessariamente politici ma faccio in modo che quello che giro sia politico per me. È il come tu fai le cose. Ogni volta che concepisco un film lo considero un prototipo, per cui quel film su quell'argomento deve avere degli elementi unici che lo compongono. Un tipo di casting, un tipo di lavoro con gli attori, una troupe scelta. Tutte le mie troupe sono state diverse. Siamo stati sconfitti, certamente, ma io mi sento più sconfitto oggi di allora.

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