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Bent Hamer • Regista

"Vado dove mi portano le storie"

di 

- Bent Hamer • Regista di Factotum

Bent Hamer • Regista

Dopo l’apprezzato Kitchen Stories, il regista norvegese Bent Hamer è andato in Usa per il suo ultimo film Factotum [+leggi anche:
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, tratto da un romanzo di Charles Bukowski. Nel cast troviamo gli americani Matt Dillon, Lili Taylor e Marisa Tomei, come produttore esecutivo Jim Stark (già produttore di Jarmusch), ma Hamer conferma in questa intervista raccolta a Haugesund di non avere intenzione di stabilirsi oltre Oceano.

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Lavorare in America è stato diverso per te?
Bent Hamer: Factotum è un film indipendente low-budget come quelli a cui sono abituato a casa. Da regista è stato forse un po’ diverso per il fatto di lavorare con dei divi, che però hanno accettato il mio progetto. Forse là c’è più gerarchia per il cast tecnico, ma dipende anche da come è il regista. Da produttore invece direi che è piuttosto diverso, ci sono tante cose imprevedibili con i sindacati. Devi programmare tutto molto in anticipo ed è davvero complicato girare un film. E non era una produzione di Hollywood. Io controllavo il film e l’ho diretto, insieme a Jim Stark l’abbiamo scritto e prodotto. Più o meno come fare un film indipendente.

In Factotum il protagonista è in perenne conflitto con gli ambienti di lavoro e c’è una totale assenza di solidarietà. Credi che i lavoratori siano cambiati nel tempo?
C’è una mentalità condivisa da millioni di persone: ci sono lavori che nessuno vuole fare veramente ma che siamo costretti a fare. In quanto alla solidarietà non vedo differenze. Oggi hanno tutti molta paura di qualsiasi cosa. Nel libro si va dal dopoguerra fino al ’75, quando il libro uscì, quindi il film è ambientato in questo periodo, e il tipo di lavoro precario rappresentato c’è sempre stato.

Nonostante il tuo “scontro” con il sistema Usa, progetti di tornarci a lavorare?
Non è che io ci sia andato per girare in America, è la storia che lo richiedeva. Penso che sia interessante andare dove la storia ti porta. Ho girato anche in Spagna per questo. Quindi non ho una precisa volontà di tornare a filmare in America, ma sono aperto. Dipende dalle sceneggiature future.

Come sono le prospettive del nuovo cinema norvegese?
Vulnerabili. Facciamo così pochi film ogni anno, attorno a 15, anche se la qualità media è buona. Ma dal ’94-‘95 qualcosa è cambiato e abbiamo avuto sostegni per realizzare storie più personali e non per forza “politicamente corrette” e noiose.

Sei ottimista per il futuro?
Sì. Ci sono molti problemi, come ovunque, ma da Paese piccolo credo che abbiamo buone possibilità di realizzare il nostro potenziale cinematografico.

Anche grazie alle coproduzioni?
Forse, ma potrebbero anche rovinare le cose perché è facile perdere qualcosa quando c’è così tanta gente implicata. Quando dipendi dal denaro altrui, devi scendere sempre a compromessi.

Stai difendendo il cinema d’autore?
Sicuramente, anche se non dico che tutti debbano produrre, scrivere e dirigere il proprio film. Poche persone ci riescono. Devi lottare per un tuo progetto e se quello vuol dire essere autori, beh allora sì.

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