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LOCARNO 2011

Sette opere di misericordia: piccoli fratelli Dardenne crescono

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- Recensione del primo film di finzione dei fratelli De Serio, Sette opere di misericordia (corporale, ndr.), in concorso a Locarno.

Sette opere di misericordia: piccoli fratelli Dardenne crescono

Sicuramente la più affollata conferenza stampa del 64° Festival del Film di Locarno, ma i giornalisti sono in minoranza, chi la fa da padrone è la “delegazione” del film italiano Sette opere di misericordia [+leggi anche:
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. Sono venuti tutti: i due registi, attori protagonisti e non, i produttori, direttore della fotografia, aiuto regista, montatore, compositore delle musiche, membri vari della troupe, l’immancabile politico e parenti assortiti. Insomma un fokloristico spaccato dell’Italia di oggi.

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Ma le apparenze spesso ingannano e il film, in concorso a Locarno, si fa aprezzare più per la sostanza e la professionalità con cui è realizzato che per il folklore. Come spiegano i gemelli Gianluca e Massimiliano De Serio, che firmano insime regia e sceneggiatura, il lungometraggio è il punto di arrivo di una ricerca attorno ad alcuni temi, quali l’identità, il degrado fisico e morale, la compassione, la misecordia, già presenti nelle loro precedenti produzioni documentaristiche. In Mio Fratello Yang, ad esempio, una diciassettenne cinese arriva clandestina in italia ed è costretta ad assumere l’identità di una ragazza cinese scomparsa; in Zakaria un adolescente d’origine araba , ma nato in Italia, insegue le proprie origini imparando la lingua e la religione dei suoi genitori; e in Bakroman dei ragazzi di strada di Ouagadougou, in Burkina Faso, si organizzano in una sorta si “sindacato” per difendersi e aiutarsi vicendevolmente nella vita di strada.

In Sette Opere di Misericordia, loro primo film di finzione, ci troviamo immersi in una indefinita periferia urbana che, prima di tutto, è periferia dell’anima, luogo di confine tra il bene e il male. Luminita (Olimpia Melinte), giovane clandestina, dorme in una baraccopoli segregata in un furgone dai suoi sfruttatori, per vivere si aggira per le corsie di un ospedale dove deruba pazienti e visitatori. La ragazza è bestiale, priva di sentimenti, solo disperazione e rabbia, e quando un infermiere dell’ospedale le propone un crimine aberrante in cambio di un’identità e un documento, non si pone alcuno scrupolo. Si imbatte così in un vecchio malato, il monumentale Roberto Herlitzka, la ragazza lo addocchia, lo segue, le serve per il suo piano criminale. L’incontro/scontro tra i due è una questione di sopravvivenza, di sopraffazione, che lacera profondamente i due animi fino a schiudere la possibilità di un contatto umano, di un sentimento di compassione.

L’intero film è scandito da cartelli che indicano le sette opere di misericordia, questi sottolineano, con un’accezione drammaturgica ironica, il legame tra le azioni dei protagonisti e il tema della misericordia. L’ironia scompare mano a mano che il film volge all’epilogo lasciando spazio alla tensione esistenziale della redenzione.

La narrazione è incentrata su una fisicità eloquente, i corpi sono i veri protagonisti del film, e gli attori ne fanno un uso magistrale. “La Pietas – spiegano i registi – è prendersi cura dell’altro, del corpo dell’altro, il corpo sofferente, malato, morente. Il corpo bisognoso, desideroso di contatto umano. Ed è la fame, la divorante urgenza di un contatto umano che le vite dei personaggi disegnano. Un contatto che si realizza grazie al loro incontro fortuito, disperato, violento. Umanissimo.”

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